FANTASMI A OCCIDENTE III / EXTRA
La pianista
di Fulvio Montano

Film scomodo e insieme estremamente affascinante, La pianista rappresenta senza dubbio una delle sorprese più gradite in questi anni di buio e omologazione, in cui il cinema inteso come arte in quanto libera espressione del proprio autore sembra segnare il passo. Rigoroso e spietato nella sua ostinazione a perseguire il suo obbiettivo senza compromessi, Haneke ci guida con maestria nei più oscuri recessi dell'animo umano, rischiarando con la sua lampada da esploratore le pulsioni umane più terrificanti e tingendole d'una naturalezza decisamente agghiacciante.
Quasi interamente focalizzato sulla protagonista, una zitellona di mezz'età magistralmente interpretata dalla strepitosa Isabelle Huppert, il film si presenta da subito come cronaca oggettiva e distaccata di un viaggio all'inferno, tutto giocato sull'estremizzazione dei suoi atteggiamenti e sulla costante e spietata riproposizione del suo volto, quasi sempre in primo piano e quasi sempre stravolto da una smorfia d'intolleranza. Presentato allo spettatore come una successione di situazioni e pratiche mostrate per quel che sono (patologie al limite della follia), il film di Haneke si sottrae con lucidità alle molte tentazioni suggerite dal grottesco, conservando un ritmo rigorosamente uniforme ed una “prosa” talmente asciutta che tutto ciò che osserviamo agitarsi sullo schermo sembra avvenire nella più assoluta semplicità. Emblema d'una società sempre più alla deriva e assolutamente incapace di gestire ciò che di male alberga tuttora nell'animo confuso dell'uomo civilizzato, la talentuosa pianista del film è un personaggio costruito poco a poco come il risultato di una somma tra gli addendi rappresentati dalle sue pratiche solitarie, perverse e masochiste. Incapace d'amare (molto probabilmente perché mai istruita da nessuno) e corrosa sin nel profondo da un insostenibile senso di colpa, Erika non può che suscitare nello spettatore dapprima un profondo senso di fastidio: chi mai non è stato vessato da una professoressa zitella, che con godimento scarabocchiava in rosso sul compito appena consegnato? Chi mai non ha subito l'arroganza di un potere cui era costretto a sottomettersi?
Ma naturalmente non è tutto qui e nel giro di una manciata di minuti, non appena la trama è avviata, ecco che subentra un sentimento di pena e impotenza, un'infinita tristezza per il quotidiano cui la stessa sembra condannata. Ed è a questo punto che Haneke affonda la prima stoccata, mostrandola fremere nella luce soffusa d'una cabina in un anonimo sexy shop riservato in prevalenza ai maschi, in compagnia di fazzoletti che ancora odorano di sperma. Mollati gli ormeggi, il film si tinge delle tinte cupe della violenza, riconducendo (superata la perentesi dell'amour fou in versione bondage) la protagonista sulla “retta” via, verso quel destino di solitudine che non può che suscitare una sensazione di pietà infinita. Se a Erika era stata preclusa la via del successo, ora lo è anche quella dell'amore, e senza appello. Ricacciata indietro da un mondo a misura d'uomo più che di donna ha esaurito le alternative, tanto che non le rimane che aggrapparsi a quel senso di colpa che l'accompagna sin dagli esordi del film. Lasciato scorrere il pubblico del teatro e lanciato un ultimo sguardo di speranza al giovane e (lui sì) brillante Walter, Erika non può che tornare a punirsi per i suoi peccati, per poi correre lontana da tutto e da tutti.
Cinema di personaggi e atteggiamenti antisociali, realista e anti-spettacolare, quello di Haneke sembra essere in una parola il cinema dei comportamenti temuti e disprezzati dalla cosiddetta morale borghese, tutta apparenza e buona creanza, ma a sua volta incapace di redimere le pene dell'esistenza terrena. Film velato di morte, La pianista è un'eccellente (e per questo sconcertante) metafora di una società che si consuma dall'interno, ancora troppo intrisa di bigottismo e ormai inevitabilmente rassegnata alla sua decadenza.