Film scomodo e insieme estremamente affascinante, La pianista
rappresenta senza dubbio una delle sorprese più gradite
in questi anni di buio e omologazione, in cui il cinema inteso
come arte in quanto libera espressione del proprio autore
sembra segnare il passo. Rigoroso e spietato nella sua ostinazione
a perseguire il suo obbiettivo senza compromessi, Haneke ci
guida con maestria nei più oscuri recessi dell'animo
umano, rischiarando con la sua lampada da esploratore le pulsioni
umane più terrificanti e tingendole d'una naturalezza
decisamente agghiacciante.
Quasi interamente focalizzato sulla
protagonista, una zitellona di mezz'età magistralmente
interpretata dalla strepitosa Isabelle Huppert, il film si
presenta da subito come cronaca oggettiva e distaccata di
un viaggio all'inferno, tutto giocato sull'estremizzazione
dei suoi atteggiamenti e sulla costante e spietata riproposizione
del suo volto, quasi sempre in primo piano e quasi sempre
stravolto da una smorfia d'intolleranza. Presentato allo spettatore
come una successione di situazioni e pratiche mostrate per
quel che sono (patologie al limite della follia), il film
di Haneke si sottrae con lucidità alle molte tentazioni
suggerite dal grottesco, conservando un ritmo rigorosamente
uniforme ed una “prosa” talmente asciutta che
tutto ciò che osserviamo agitarsi sullo schermo sembra
avvenire nella più assoluta semplicità. Emblema
d'una società sempre più alla deriva e assolutamente
incapace di gestire ciò che di male alberga tuttora
nell'animo confuso dell'uomo civilizzato, la talentuosa pianista
del film è un personaggio costruito poco a poco come
il risultato di una somma tra gli addendi rappresentati dalle
sue pratiche solitarie, perverse e masochiste. Incapace d'amare
(molto probabilmente perché mai istruita da nessuno)
e corrosa sin nel profondo da un insostenibile senso di colpa,
Erika non può che suscitare nello spettatore dapprima
un profondo senso di fastidio: chi mai non è stato
vessato da una professoressa zitella, che con godimento scarabocchiava
in rosso sul compito appena consegnato? Chi mai non ha subito
l'arroganza di un potere cui era costretto a sottomettersi?
Ma naturalmente non è tutto qui e nel giro di una manciata
di minuti, non appena la trama è avviata, ecco che
subentra un sentimento di pena e impotenza, un'infinita tristezza
per il quotidiano cui la stessa sembra condannata. Ed è
a questo punto che Haneke affonda la prima stoccata, mostrandola
fremere nella luce soffusa d'una cabina in un anonimo sexy
shop riservato in prevalenza ai maschi, in compagnia di fazzoletti
che ancora odorano di sperma. Mollati gli ormeggi, il film
si tinge delle tinte cupe della violenza, riconducendo (superata
la perentesi dell'amour fou in versione bondage) la protagonista
sulla “retta” via, verso quel destino di solitudine
che non può che suscitare una sensazione di pietà
infinita. Se a Erika era stata preclusa la via del successo,
ora lo è anche quella dell'amore, e senza appello.
Ricacciata indietro da un mondo a misura d'uomo più
che di donna ha esaurito le alternative, tanto che non le
rimane che aggrapparsi a quel senso di colpa che l'accompagna
sin dagli esordi del film. Lasciato scorrere il pubblico del
teatro e lanciato un ultimo sguardo di speranza al giovane
e (lui sì) brillante Walter, Erika non può che
tornare a punirsi per i suoi peccati, per poi correre lontana
da tutto e da tutti.
Cinema di personaggi e atteggiamenti
antisociali, realista e anti-spettacolare, quello di Haneke
sembra essere in una parola il cinema dei comportamenti temuti
e disprezzati dalla cosiddetta morale borghese, tutta apparenza
e buona creanza, ma a sua volta incapace di redimere le pene
dell'esistenza terrena. Film velato di morte, La pianista
è un'eccellente (e per questo sconcertante) metafora
di una società che si consuma dall'interno, ancora
troppo intrisa di bigottismo e ormai inevitabilmente rassegnata
alla sua decadenza.