 |
"… Facciamo i cattivi perché i buoni muoiono bambini… ci siamo solo dimenticati qual è il limite, perché c'è un limite, ma io non l'ho conosco". E' con questa lapidaria frase che il protagonista Geremia De Geremei chiude L'Amico di famiglia, terzo lungometraggio di Paolo Sorrentino.
Un altro personaggio dall'esistenza "borderline" oltre la linea. Ma se nei precedenti film di Sorrentino i protagonisti riuscivano a raggiungere una sorte di redenzione con un gesto "eclatante", Geremia invece permane nel suo mondo inerme in una esistenza misera, non economica ma ovviamente morale, in perfetto passo coi tempi. Il film ambientato nell'odierno Agro Pontino , paesaggio asettico e piuttosto statico dove l'edilizia del ventennio si fonde all'anonimato della gente che lo popola, Geremia vi trova il suo habitat naturale. Strozzino di professione, confida nella sua arte oratoria e nella sua apparente cultura (un' insieme raffazzonato di citazioni estrapolate da varie riviste) per sopperire alle sue brutture fisiche. E come una sorta di padrino riceve nella sua bottega coloro che hanno bisogno di lui, ovvero Geremia cuore d'oro.
Giacomo Rizzo non fa (per fortuna) rimpiangere le performance del grande Toni Servillo, Geremia infatti è un personaggio perfettamente nelle sue corde, sgradevole ma allo stesso tempo affascinante; partendo da certi suoi tick (la voracità con cui trangugia i gianduiotti), sino a quel braccio ingessato chissà per quale motivo.
Ma a questo punto emerge l'estro sorrentiniano: il cineasta napoletano sposa un assioma caro a molto cinema, "se una persona è un mostro (o presunto tale) e perché la società che lo circonda ha fatto in modo che diventasse tale. Sorrentino amplifica questo concetto, lo dilata in maniera graduale. Geremia non è "totalmente da buttare", in lui persiste un minimo di bontà pronta però a trasformarsi subito in ingenuità, che gli sarà fatale.
La pellicola descrive una società provinciale banalmente media ancorata ad apparenze da salvaguardare e a matrimoni da onorare. Sorrentino non giudica semmai descrive quest'umanità e lo fa grazie all'ottima fotografia di un ottimo direttore come Carlo Di Palma che forse eccede in un certo leziosismo figurativo sicuramente accattivante e straniante. Ma Sorrentino va oltre l'immagine, molto probabilmente con l'esigenza di descrivere le mostruosità dei nostri tempi tranquillamente accostabile alla mostruosità di Geremia. I due co-protagonisti del film Laura Chiatti e Fabrizio Bentivoglio, servono proprio a questo. Lei è l'oggetto del desiderio di Geremia: bella , forse troppo bella con una sua moralità (pronta a donare il premio del concorso di bellezza ad Emergency) che però alla fine risulterà inesistente come non mai. Lui è una sorta di cowboy della Ciociaria con i natali e l'accento totalmente veneti, (Sorrentino fa riferimento alla comunità veneta trasferitasi da tempo a lavorare per la bonifica dell'Agro Pontino) forse l'unico personaggio per cui Geremia nutre un sentimento d'amicizia (rivangata più volte con ossessione da Geremia stesso, come una sorte di unica valvola di sfogo). Entrambi risulteranno totalmente diversi da come appaiono, perché entrambi sono (come) lui. La compassione si sostituisce al disgusto verso questo uomo. Il concetto che nel mondo d'oggi , nel post-modernismo che lo impera distinguere chi siano i buoni dai cattivi, non e poi così semplice. Sorrentino rifiuta un certo manicheismo di fondo, perché essenzialmente è inapplicabile. Come dice il protagonista stesso "i buoni muoiono bambini" e il resto sopravvive, eccome. E dirlo attraverso il cinema non è assolutamente poco.
|