Fatih Akin
Crossing the Bridge: The Sound of Istanbul
di Chiara Federico
Hacke e Akin si muovono attraverso i confini e nelle terre più inabissate, ma mai completamente sommerse. Il porto di Istanbul e un polveroso profilo di cristallo spezzano immediatamente la promessa di folklore, per perdersi nella ricerca di un nuovo suono e di una nuova maniera di concepirlo. Un musicista (frammento geometrico della violenza sensuale e acuta degli Einsturzende Neubauten) che si fa volto e un cineasta non completamente oscurato dalla camera incombente ritagliano i profili dei musicanti della vecchia Costantinopoli, facce e voci che si toccano senza ostentare appartenenza e vicinanza, in un montaggio volutamente "colloso", eppure singhiozzante. Lo stile del film e del documentario si sacrifica ad un'estetica inebriante, il fiume rigoglioso e giovanilmente secco delle parole del rapper Ceza, con la sua lingua a sbobinare accuse denudata del suo passionale lamento. L'arrivo del rock delle nuove generazioni, entusiastico e ingenuo, che si fa carico consapevolmente di tutti gli strumenti del passato e della tecnologia, che sorride alle liriche e radarizza il suono del guru Erkin Koray, ricci neri e voce degli anni '70, show innovativi e scandalosa evocazione di una ballerina araba abbracciata ad una chitarra appariscente: la stessa luce, e le stesse pailettes in quel bianco e nero tanto amato, in quel suono gutturale e umoralmente attorcigliato attorno a flauti, sassofoni, voci inanimate della politica e dello shock culturale.
È chiaro che il rock di Istanbul e della Turchia estrae la tradizione più genuina senza debellarla stupidamente, e senza grotteschi e kitsch panegirici hard rock o di pop melenso. Anche nella storia del cantante attore Orhan Gencebay, grugno chiuso dei poliziotteschi anni '70 e del successo internazionale, ci sono tratti di autentica vibrazione e scarnificazione sonora, sul rimanere in intimo dialogo con lo strumento, accovacciati, riflessivi, fibra di una società imprendibile. La città si fa serale, sepolcrale e mistica nei tempi cantati da Aynur, che dopo l'"emigrante" inusuale Brenna MacGrimmon avvolge lo spirito invisibile di un tempio attorno alla sua voce naturalmente modificata, in tensione e in estasi per l'intensità del canto del popolo curdo. In questa rassegna estatica, ipnotica del reale lo spettatore non ha tregua, non ha spazi per riflessioni ulteriori ma uno spunto vivo per approfondire la cura delle proprie orecchie, al di là dell'effettiva bontà della musica (splendida e diversa quella di Aynur, più classicheggiante e consueta quella di Gencebay).
Al termine del film-non-film, del viaggio estenuante e a tratti frettoloso di cui Fatih Akin e Alexander Hacke sono le guide ineducate e fantasiose, compare la sottile, immancabile e ironica denuncia di quella "poesia del reale", l'accusa agli artisti "tradizionali" e al cantautorato esautorato, che filtra la miseria, il fango delle strade, l'olezzo della zona portuale attraverso l'idealizzazione e un'anacronistica, ipocrita affermazione di speranza. Troppo simile alla nostra, la musica turca. E la sua industria, e le sue realtà inglobate, emarginate o tangenti.
CROSSING THE BRIDGE: THE SOUND OF ISTANBUL
(Germania/Turchia, 2005)
Regia
Fatih Akin
Sceneggiatura
Fatih Akin
Montaggio
Andrew Bird
Fotografia
Hervé Dieu
Durata
90 min