Renzo Martinelli
Il mercante di pietre
di Gianmarco Zanrè
Una delle più grandi conquiste dell'uomo come "animale sociale", della democrazia e del tempo, inteso come valore assoluto d'esperienza e bagaglio culturale, è di certo la Libertà, sia essa di culto, d'espressione o, più universalmente, di parola. Per questo, come premessa a quanto scriverò parlando dell'ultima opera di Martinelli dal punto di vista etico, vorrei specificare che il regista e i suoi collaboratori non devono essere additati come eretici, o peggio aggrediti, come mi è capitato di leggere in molte delle recensioni a Il mercante di pietre, quanto presi come esempio e termine di paragone per un confronto che vada in una direzione diametralmente opposta alla loro.

"Non tutti i Musulmani sono terroristi. È vero, ma la maggior parte dei terroristi è musulmana". Questo si afferma in uno dei dialoghi focali del film in questione. Libertà di espressione, si scriveva. Ma anche libertà di ricordare al Signor Martinelli che terrorismo non significa solo World Trade Center, Nassirya, Londra, ma anche Ira, Eta, Brigate rosse. Etichettare il terrorismo come un'espressione della cultura islamica, non è solo indice di una mancanza di rispetto e di una scarsa considerazione, ma anche un modo per cercare uno scontro che, nelle quasi due ore del film, viene denunciato come prerogativa di questo spietato, sotterraneo nemico, da sempre alla ricerca di conquiste in Occidente. Nessuno parla di perfezione, sia essa riferita a una o all'altra cultura, ma occorre ricordare che la lapidazione è presente negli Stati Uniti (e non solo) sotto forma di iniezione letale, sedia elettrica, fucilazione, che il ruolo della donna, soggiogata da culture da sempre dominate dal genere maschile, ha avuto le sue più grandi conquiste in Europa e negli Stati Uniti soltanto nel corso dell'ultimo secolo, che la religione non è motivo di guerre e massacri, ma lo sono le ragioni segrete degli uomini che, da una parte e dall'altra, la usano per manipolare paura e odio. E queste, purtroppo, paiono essere le parole d'ordine della pellicola di Renzo Martinelli: dal microscopico al macroscopico, ogni sequenza pare tesa a scoprire i nervi dello spettatore stimolandone i sentimenti più contrastanti, dalle sirene costantemente presenti come sottofondo sonoro proveniente dall'esterno per ogni scena d'interni agli esasperati - ed esasperanti - movimenti di macchina, dalla pomposa e inadeguata colonna sonora a una recitazione che, a tratti, pare così artefatta da risultare ridicola (Harvey Keitel su tutti). La scelta, inoltre, di inserire elementi di fiction all'interno di situazioni ispirate alla realtà, spostandole dagli Usa e dall'Iraq fino all'Italia e all'Inghilterra - in una sorta di avvicinamento geografico in grado, di certo, di alimentare la tensione e il timore di chi osserva terroristi armati in azione a Roma o una bomba al porto di Dover - appare non solo rischiosa, ma, pur rispecchiando certo alcuni dei rischi presenti all'interno dei conflitti politici attuali, pretestuosa e supponente verso un'intera comunità che nulla ha a che spartire con le posizioni radicali degli estremisti.
Le scelte dello script, palesemente inficiate da un sovraccarico di esasperazioni volte, probabilmente, a indirizzare il pubblico dalla parte di Alceste, ingombrante protagonista, vengono nel corso della pellicola ulteriormente compromesse da discutibili soluzioni attuate soprattutto nell'ambito delle sequenze d'azione: imbarazzanti i passaggi della bomba sulla nave - un consiglio a Martinelli: approfitti di de Oliveira e riassapori l'ispirazione della sequenza dell'esplosione finale in Un film parlato - e del confronto fra Alceste e i sicari mandati ad ucciderlo, che definire grottesco appare riduttivo, e che trova elementi di comicità involontaria che ho riscontrato, in passato, soltanto in alcuni raccordi de La passione di Cristo diretto da Mel Gibson, non a caso, come pare essere per Martinelli, anch'egli travolto da questo nuovo fervore integralista cristiano. Marco Bellocchio, nel suo Buongiorno, notte, tratteggiò con la stessa impietosa crudeltà i sequestratori di Aldo Moro e i governanti del Paese che attesero in silenzio la sua esecuzione, paragonando l'ultima lettera di un partigiano in attesa dell'esecuzione per mano dei fascisti all'estremo saluto dell'ex presidente della Democrazia Cristiana alla sua famiglia. Gli estremi, e gli estremismi, paiono così simili da combaciare. Nel bene e nel male. Così in quest'ultimo lavoro di Martinelli appare impossibile sentirsi legati a un mondo chiuso nei pregiudizi e nel livore - con punte autoreferenziali di cattivissimo gusto, si veda la frecciata ai critici cinematografici - così come a un antieroe che, attentati sulla coscienza, elude la colpa per abbracciare il sentimentalismo, giurando eterno amore a dispetto di ogni sua passata azione come nella peggior fiction tv.
La Libertà come valore assoluto è una delle conquiste più importanti dell'uomo: nessuno potrà mai negare la natura più selvaggia e crudele del genere umano, in tutte le sue espressioni, ma è pur vero che, citando versi ormai antichi, "fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza". Fondamento delle più diffuse religioni ad oggi presenti nel mondo è il principio che garantisce la sopravvivenza di una libertà che non sia quella di gridare in faccia a chi porta una cultura differente la propria superiorità, ma, al contrario, che permetta di convivere con essa. Non è un caso che, in numerosi inferni di altrettanto numerose tradizioni religiose, i cosiddetti "miscredenti" non siano puniti al pari dei peccatori, ma più semplicemente lasciati al loro "silenzio" di fede: anche nella colpa, esiste a priori una sorta di rispetto per chi non condivide il proprio credo, qualunque esso sia, che se da un lato esula lo stesso "infedele" dalla beatitudine, dall'altro gli risparmia anche la punizione. Questo, forse, è il metro di giudizio che mi sento di applicare all'ultima fatica di Martinelli: se tecnicamente, infatti, non posso che dare un giudizio assolutamente negativo per quello che concerne le scelte relative alla messa in scena, il registro di narrazione e il ritmo - senza sentirmi in colpa per avere minato la libertà dell'autore -, a un più profondo livello di lettura non posso che confinare, nel mio personale "inferno" della settima arte, questa pellicola al limbo del silenzio, mantenendo un rispetto di fondo per le opinioni espresse - del resto è, appunto, diritto di tutti -, pur non condividendo affatto una posizione che non solo reputo pericolosa, ma alquanto limitata e limitante.
Chiudo ricordando le parole di un grande artista, Fabrizio De Andrè, che nella sua splendida Il testamento di Tito dice: "Io nel vedere quest'uomo che muore, madre, provo dolore; nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore". Un ladro, di certo, è più generoso di un mercante.
IL MERCANTE DI PIETRE
(Italia, 2006)
Regia
Renzo Martinelli
Sceneggiatura
Renzo Martinelli, Fabio Campus
Montaggio
Osvaldo Bargero
Fotografia
Blasco Giurato
Musica
Aldo De Scalzi, Pivio De Scalzi
Durata
107 min