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Un ragazzo corre a perdifiato per le strade deserte senza voltarsi, mentre un'ambulanza divora l'asfalto gravida di una nuova speranza. A differenza di quest'ultima, l'unica meta del primo è la distanza. Ed egli è a sua volta rincorso, protetto da uno sguardo distante, ma non tanto da non poter indovinare la sua paura, il suo unico pensiero. A uno sguardo se ne sommano progressivamente altri, attoniti e variamente partecipi di una quotidianità faticosa e sostanzialmente insondabile, lì convenuti per un bilancio, una riappacificazione lungamente attesa, un (estremo) saluto. Tutto, peraltro, già inscritto, pre-visto in quello sguardo primigenio. Perse e ritrovate in una città-fantasma/città-mondo che, come suggerisce l'ossimorico titolo, è contemporaneamente sé stessa e il proprio esatto contrario - vita vera ed esistenza sognata/rimpianta, caldo afoso e gelida solitudine parimenti autentici -, soffocate da temperature eccezionali per l'estate norvegese, vicende distinte e intimamente simili si intrecciano senza soluzione di continuità, fondendosi e confondendosi in un caleidoscopio narrativo.
Ciò che del film di Poppe si impone immediatamente all'attenzione è, infatti, la complessa struttura a incastro che, sin dai flashforward iniziali, dichiara l'intento programmatico dell'opera: quello di comporre l'affresco di un'umanità dolente, minuscola, schiacciata al suolo come nelle suggestive riprese aeree d'apertura e di chiusura, nonché di riflettere sui diversi possibili tracciati individuali, nel determinare i quali Caso e Destino divengono termini kieslowskianamente intercambiabili, sottintendendo in ogni caso un fatalismo invincibile (tutto è già stato scritto/sognato). Tale struttura, pur denotando un'evidente meccanicità negli scambi ininterrotti tra i personaggi - e confermandosi come la maniera di un certo cinema "di tendenza" (è inevitabile ripensare ai puzzle di Iñarritu), già di per sé d'autore più nella forma che nella sostanza - trova una giustificazione proprio nel suo intento/movimento ultimo, in quel volo d'uccello (d'angelo?) che visualizza improvvisamente tutto quanto è stato sotto gli occhi dello spettatore dal principio: uomini (come) isolati, collegati o separati l'uno (d)all'altro da fili invisibili, gole inaccessibili, canali ormai prosciugati e dunque (non più) transitabili. La città come gigantesco organismo inerte, dalle vene rinsecchite. E tuttavia, quello che vuole essere un pamphlet filosofico dalle ambizioni smisurate sembra peccare tanto di reticenza quanto di ridondanza, svuotando d'interesse la materia prima della propria riflessione, vale a dire le singole storie. Su queste ultime vigilano, prendendovi parte attivamente, due figure angeliche e onniscienti di wendersiana memoria, catalizzatrici di sguardi e disperazioni, di esitazioni e gratitudini.
Ad affiorare tuttavia è un'insincerità di fondo, percepibile ora nelle calcolate scelte stilistiche e nelle ardite architetture narrative, ora in un poeticismo esibito, ora in un simbolismo esasperato (il ritrovarsi conclusivo dei personaggi a un incrocio, i caleidoscopi che punteggiano il film, o le piume che spuntano da sotto il telo che ricopre il cadavere di Vidar). Anche i continui riferimenti alle Hawaii rappresentano una chiave fin troppo facile per riferire di un desiderio inappagato di fuga, di un'irrealizzabile spinta al sogno in grado di scardinare lo spietato sistema del reale. Le Hawaii (quelle vere) compaiono esclusivamente sotto forma di immagine: sul mappamondo nella stanza di Leon, piccola sfera luminosa che galleggia in un angusto universo di solitudini e buio (come nello struggente finale di The Rocky Horror Picture Show), in qualche foto appesa alle pareti, nel trompe l'oëil all'interno del pub. Il resto sono racconti fasulli, eccentriche camicie di marca norvegese, locali dai nomi esotici. Il resto sono visioni caleidoscopiche di volti, trame inesplicabili, motivi floreali, forse ghirlande hawaiane come quelle che Leon immaginava il fratello esportare, ma che è possibile ammirare solo di riflesso (importandole da una menzogna), come in uno specchio distorto, come un miraggio. Il resto è Oslo.
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