Tobe Hooper
Il custode
di Alessio Gradogna
Il problema di Tobe Hooper è sempre stato la mancanza di continuità. In oltre trent'anni di carriera il regista americano ha alternato veri capolavori (il seminale Non aprite quella porta, un film già da solo sufficiente a garantire l'immortalità), prodotti di alto livello tecnico e narrativo (gli ottimamente "grezzi" Quel motel vicino alla palude e Il tunnel dell'orrore, il felicemente malsano The Mangler, l'interessante Poltergeist, spielberghiano nell'anima ma in fondo più hooperiano di quanto sembri), e film di bassa caratura, deludenti e/o incompiuti (la piattissima trasposizione televisiva de Le notti di Salem da Stephen King, l'inconcludente Space Vampires, il raffermo Crocodile). Negli ultimi anni Hooper, che genio non è mai stato ma autore di ottimo mestiere e di buon talento sì, sembra(va) comunque aver generalmente ritrovato una seconda giovinezza, avallata dalla buona riuscita di The Toolbox Murders (visto al Torino Film Festival 2005), e dall'adrenalinico e scatenato Dance of the Dead, uno degli episodi più innovativi e coinvolgenti della prima serie dei "Masters of Horror". Ma ancora una volta il percorso filmico di Hooper si scontra con un'idiosincrasia nei confronti del mantenimento degli standard acquisiti, ed è così che Il custode (titolo originale Mortuary, uscito in Italia con un anno di ritardo) costituisce un deciso passo indietro rispetto alle ultime apprezzabili opere.
La trama sembra riassumere e inglobare l'enciclopedia del dejà vu in versione horror: una famiglia spezzata (madre e due figli, senza il padre) in procinto di iniziare una nuova vita in una piccola cittadina californiana, una casa infestata da presenze addormentate dall'oblio del tempo ma pronte a risvegliarsi per porre in essere l'esiziale compimento di un destino nefasto, un vecchio cimitero in cui i morti non riposano in pace nelle proprie tombe, un evento scatenante che dà il via al massacro, la lotta disperata di giovani eroi verso la sopravvivenza. Eppure, nella prima parte, nonostante evidenti citazioni che talvolta vanno a colmare vuoti di sceneggiatura non indifferenti (la scintilla grazie alla quale i morti si preparano a tornare in vita ricorda da vicino il capolavoro barkeriano Hellraiser), il cinema sfuggevole e insalubre di Hooper pare riuscire nell'intento: inquadrature fisse che pongono la casa stregata come centro focale del racconto, lievi movimenti di macchina e un discreto uso del sonoro a insinuare nello spettatore sintomi di strisciante terrore, il graduale avvicinamento al climax narrativo condotto con mano abbastanza solida. Si respira un miasma corrotto che evapora dalle pozze che circondano la casa della famiglia Doyle, si resta positivamente infastiditi dal quadro fatiscente entro cui si chiudono i confini dell'abitazione, si perdono di vista i personaggi inghiottiti dal buio di stanze invase dalla muffa.

Il dramma, metaforicamente parlando, si attua proprio nell'attimo in cui l'orrore fuoriesce dal bozzolo di inquietudine nascosta per deflagrare dagli interstizi di pareti e soffitti, tombe e bare, sotterranei e polvere rappresa. Gli ultimi 35 minuti di Mortuary sono, senza illusori giri di parole, imbarazzanti. Basso il budget e basse le pretese, ma non importa. Ciò che sconforta è l'approssimazione con cui Hooper mette in campo zombi truccati alla meno peggio, protagonisti di una svolta narrativa senza logica, senza inventiva e senza ragion d'essere. Il senso dell'horror vacui che si lascia apprezzare nella prima parte del film lascia il posto a inserti di involontaria comicità, o forse di intenzionale parodia, peraltro mal riuscita. A supportare il disastro si impongono effetti speciali di infinita pochezza, sequenze accavallate una sull'altra nel pieno della confusione logistica, pseudo-zombi poco credibili che vomitano un liquido nerastro e che si trasmettono la pestilenza grazie a un'affamata alga-fungo (?), un mostro buono e incompreso senza alcun sviluppo psicologico, e un finale in cui Hooper si getta nel puro divertissement senza però lasciare alcun segno di maestria. Peccato davvero, perché nell'antologia del luogo comune c'era comunque spazio per qualche trovata più significativa, e per tagliare il traguardo in modo più dignitoso.
Resta da applaudire la coerenza di un autore che, dopo oltre sei lustri di carriera, continua, pur in un ottovolante qualitativo senza sosta, a sguazzare nell'horror puro con l'entusiasmo di un ragazzino, senza rinnegare le proprie origini, come invece hanno fatto molti suoi illustri colleghi negli ultimi anni. Appuntamento alla seconda serie dei "Masters of Horror", in cui Hooper si diletterà, come in Dance of the Dead, con un'altra sceneggiatura di Richard Christian Matheson.
IL CUSTODE
(USA, 2005)
Regia
Tobe Hooper
Sceneggiatura
Jace Anderson, Adam Gierasch
Montaggio
Andrew Cohen
Fotografia
Jaron Presant
Musica
Joseph Conlan
Durata
94 min