Pedro Almodóvar
Volver
di Alessio Gradogna
Sole e Raimunda. Irene e Augustina. Donne sul filo di una vita dispersa, di sentimenti mai spiegati e mai rivelati, di rapporti familiari solidi o tradotti in cenere, di morte e lutti da elaborare nelle polveri del vento della Mancha. Donne e solo donne, nei loro cuori e nei loro volti, nei loro corpi e nei loro odori. Donne di seni prorompenti e di volti scavati dalla sofferenza, donne forti e donne rassegnate, donne che si stringono una con l'altra per sfuggire ai torti della vita, e ritrovare insieme quella forza inscalfibile che gli uomini non hanno. Donne con il grembiule o con i tacchi, ristoratrici clandestine o parrucchiere illegali, che vanno verso la morte o da essa si allontanano, seppellendo nella notte il corpo dell'infamia o ripulendo con cura le tombe dei propri cari, ritrovando nei colori della Spagna il significato perduto di un passato da riassestare.
È una splendida elegia al femminile, l'ultima opera di Pedro Almodóvar, che dopo la non convincente virata verso il noir de La mala educación torna nel territorio a lui più caro, dipingendo sulla tela dell'oblio ritratti al femminile di imbarazzante semplicità, eppure mai così pregni di piccole sfumature che li rendono vividi nella memoria, dove rimarranno a lungo.
Il viaggio di Raimunda e Sole, sorelle che hanno perduto la madre in un incendio, si sposta dal piccolo paese natìo alla grande Madrid, dai legami mai dimenticati con amiche e zie alla coscienza collettiva del sesso femminile, dal ricordo confuso di ciò che non è mai stato chiarito alla consapevolezza che i fantasmi possono davvero ritornare, per chiudere capitoli lasciati colpevolmente aperti, ricucire ferite che non hanno mai smesso di sanguinare, e riposare in pace dopo aver espiato le proprie colpe. Perché nella vita c'è sempre un soffio di speranza. E allora si può anche ridere, tra un pianto e l'altro; ridere di gusto dei propri difetti, delle piccole banalità quotidiane che rendono indimenticabile ogni anelito di vissuto, e un attimo dopo avere gli occhi gonfi di lacrime salate e un rivolo di mascara che scende dal trucco perfetto. Ma si può anche cantare una canzone rabbiosa sepolta nel guado della fanciullezza, o preparare dolci con un coltello macchiato di sangue omicida. Così vicine e così lontane, le due sorelle, così diverse e così indissolubilmente legate, unite dal filo di una solidarietà umana che prevarica ogni tipo di sopruso. Alla ricerca di antiche verità e disperate certezze bisogna ricostruire i muri della propria vita, tornare in luoghi antichi per riscoprire quella parte di sé che in fondo mai si era smarrita, e abbracciare un fantasma più vero del vero per dare un senso a ciò che è stato, e ancor di più a ciò che sarà. Di notte, in un silenzio ebbro di gioia ritrovata, alzarsi dal letto e andare nell'altra stanza, distendersi vicino alla propria madre, e dormire al suo fianco, tornando bambini per svelare il definitivo significato dell'essere adulti.
Volver è un romanzo tragicomico costruito da Almodóvar con una raffinatezza estetica di suadente bellezza, e con una leggerezza di tocco che riporta ai grandi maestri del passato. In questo universo multiforme il pianto e il riso, i primi piani e i controcampi, i superflui vizi dell'universo femminile (l'acconciatura dei capelli, gli abbinamenti dei vestiti, la scelta delle scarpe) e le radici più recondite nell'anima di donna, trovano un equilibrio strutturale mirabile, entro cui le vestali del regista iberico ammantano il film di un empatico senso di famigliarità riflessa, che raramente si ritrova nell'asetticità del cinema contemporaneo. Sono sorelle anche nostre, queste donne; sono amiche anche nostre, e il loro piccolo paese di provincia è in fondo come anche noi lo ricordiamo, con i suoi pettegolezzi, le credenze popolari, le canzoni, i cascinali, i favori, le scuse, le diversità, i cocktails, le torte, i reiterati baci sulle guance, i sorrisi candidi e l'umana sofferenza.

Scorre sullo schermo di una casa di segreti e verità nascoste l'immagine di Anna Magnani in Bellissima di Luchino Visconti. E i brividi salgono immediati e incontrollabili. Scorrono nelle due ore di pellicola il corpo e lo sguardo di Penelope Cruz, e si resta folgorati da un'attrice che, dopo la cura-Castellitto (Non ti muovere), sembra essere rinata e aver iniziato una nuova carriera, ben più valida della precedente; quasi una Loren in accezione contemporanea, con quei capelli sempre perfetti e quel seno dirompente, quegli occhi carichi di passione e quel volto mai così dolce eppur deciso. Scorre poi, intorno a lei, la sfilata delle chicas almodóvariane: il ritorno tanto atteso che non delude affatto le aspettative (Carmen Maura, 18 anni dopo, ma il talento è sempre il medesimo), le conferme (il volto angelico di Lola Duenas e la dignità incrollabile di Blanca Portillo), e la scoperta (la giovane Yohana Cobo, ne risentiremo parlare).
Sembra paradossale, ma in fondo Volver non possiede né la struggente intensità di alcuni frammenti di Tutto su mia madre, né la poesia totalizzante di Parla con lei, né l'esemplare forza dialogica di Donne sull'orlo di una crisi di nervi. Eppure è un film che leviga i confini della perfezione, è un armonico piano sequenza di emozioni e riflessioni che ci conduce nel fulcro stesso del cuore di ogni donna. Nonostante il premio social-diplomatico-celebrativo assegnato al pur intoccabile Ken Loach dalla non coraggiosa giuria capitanata da Wong Kar-wai, la vera Palma d'Oro di Cannes è senz'alcun dubbio sua.
Anche i fantasmi piangono. E noi con loro, in un pianto profumato d'amore.
VOLVER
(Spagna, 2006)
Regia
Pedro Almodóvar
Sceneggiatura
Pedro Almodóvar
Montaggio
José Salcedo
Fotografia
José Luis Alcaine
Musica
Alberto Iglesias
Durata
121 min