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A lode della gloria di Dio, Cristo, Verbo del Padre, per mezzo dello Spirito Santo, si scelse fin dal principio degli uomini per condurli nella solitudine e per unirli a sé in intimo amore . Seguendo tale chiamata nell'anno 1084, Maestro Bruno entrò con sei compagni nel deserto di Certosa e vi si stabilì. (Statuti I.1)
Per la prima volta nella storia, una cinepresa varca il più antico monastero dell'Ordine eremitico dei certosini, la Grande Chartreuse, che si erge in sobrio isolamento nella cornice delle Alpi francesi. Senza troupe al seguito, con il metodo dell'osservazione partecipante d'impronta antropologica, il regista Philip Gröning ha vissuto quattro mesi secondo la regola certosina, in silenzio e solitudine rigorosi, alternando il lavoro manuale alle preghiere, che lasciano al sonno non più di tre ore consecutive. Durante questa esperienza totalizzante e mistica, il regista tedesco riprende con la sua cinepresa meno di un'ora al giorno, ma all'uscita dal monastero centoventi ore di video in alta definizione viaggiano in sala di montaggio, dalla quale nasce Il grande silenzio, un documentario unico, presentato al Festival di Venezia (sezione "Orizzonti") nel 2005 e distribuito nelle sale italiane dopo un sorprendente successo di pubblico in Germania.
Il percorso del monaco inizia con il ricevimento dell'abito certosino. Una delle prime sequenze del film mostra due giovani novizi di spalle ascoltare la voce del padre mentre suggella il loro ingresso nella Chartreuse. È inverno, un monaco spala la neve dal terreno: la nevicata vista attraverso le finestre del monastero è una delle poche soggettive del film. Un senso di estraniazione ci pervade nella distanza dell'obbiettivo, siamo inevitabilmente esterni, insieme allo sguardo del regista, nel guardare un monaco in preghiera, mentre consuma il pasto o si occupa di tagliare la legna, come pure nei campi totali della Certosa e dell'interno della chiesa durante gli uffici notturni. A volte, invece, un primissimo piano aderisce alla percezione che i monaci hanno delle "cose": un dettaglio intensissimo, un mucchio di bottoni usati dal sarto certosino, restituisce una storia di secolare riuso di ogni più piccolo scarto. Il film si chiude con il terreno, visto all'inizio, nuovamente ricoperto di neve, a sancire il regno immutabile di un tempo circolare. Dettagli, campi lunghi, montaggio, sono tutti elementi che contribuiscono a restituire sapientemente dei segmenti di significato presenti nel testo filmico, che è tutto tranne che un documentario naturalistico o una pura e semplice osservazione, come alcuni suoi detrattori l'hanno a torto definito.
"In un film sul silenzio, questa esperienza del tempo emerge sulla superficie delle immagini", dichiara Gröning quando, in un'intervista, spiega la sua intenzione di restituire la percezione del tempo. La luce rossa di un cero interrompe il buio della notte profonda che invade la chiesa, ritornando sullo schermo innumerevoli volte, come le notti che si svolgono lungo l'arco di un anno, il periodo abbracciato dal film. Vediamo, sentiamo un tempo esteriore, scandito quotidianamente dalla regola certosina, dal suono delle campane, dal ciclo naturale delle stagioni, e insieme un tempo interiore che è preghiera, in un farsi eterno presente nella comunione con il divino. Cosa possa essere questo speciale tempo interiore, lo intravediamo nelle didascalie che si alternano alle immagini, "Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre", recita un salmo del libro di Geremia. Il ricorso alla parola scritta segna, però, la frontiera del mezzo, suggerisce il confine davanti al quale inevitabilmente ci si arresta. Nel fluire delle immagini sullo schermo, si possono provare la contemplazione e la pace monacali, perseguiti per anni? Durante le preghiere notturne comuni, dopo la visione in campo totale della chiesa buia, con la colonna sonora dei canti gregoriani, l'obbiettivo si sposta su un mucchio di stracci che giacciono sotto i sedili del bellissimo coro in legno. Finisce la preghiera e quel mucchio di stracci si muove verso l'alto, assumendo le forme di un monaco che si rialza dopo aver compiuto il suo "dovere" nei confronti di Dio. La sua esperienza è insondabile, ma questa immagine non coglie, forse, in maniera esemplare, lo svuotamento individuale, la kenosi a cui tende il monaco?
Non si raggiunge il mistero della pace spirituale guardando questo film (e perché poi dovrebbe essere questo il fine di un documentario?), ma si rimane in serena contemplazione, come quando qualcuno ci racconta la propria esperienza eccezionale, lontana dal nostro mondo e dal nostro sentire, e noi ci disponiamo ad ascoltarla, in un silenzio di accoglienza.
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