Anders Thomas Jensen
Le mele di Adamo
di Eva Maria Ricciuti
Ultimamente, al cinema, le storie corali fanno tendenza. Se solo scorriamo, anche velocemente, le pagine di una qualsiasi rivista di settore ci troviamo di fronte ad un proliferare incontrollato di pellicole che narrano di esistenze che si incrociano, di personaggi accomunati da un qualche aspetto o semplicemente dalla bizzarria di un destino, che talvolta si rivela persino beffardamente crudele. Basti pensare, solo per fare qualche esempio, al premio Oscar Crash- Contatto fisico, o al musical Rent, o, ancora, al sodenberghiano Bubble, e, per stare in Italia, a Il mio peggior nemico e il più recente 4-4-2 Il gioco più bello. Una tendenza che si ritrova tanto nel cinema delle grandi major, quanto in quello autoriale, dando vita da un lato a singolari fenomeni di massa, come le migrazioni di pubblico accorso alle proiezioni del già citato Crash (che ha goduto, ad esser sinceri, di una prepotente campagna pubblicitaria post premio Oscar), e dall'altro a pellicole meno ambiziose, il cui successo parte da una discreta operazione di passaparola, quasi un tam-tam ancestrale tra i più attenti membri della tribù dei cinefili.
Ed è tra queste ultime che spicca per originalità e acutezza il danese Le mele di Adamo di Anders Thomas Jensen, epilogo di una trilogia incentrata sui reietti della società, di cui fanno parte anche gli inediti (in Italia) Flickering Lights e The Green Butchers. Il film di Jensen (già vincitore nel 2005 del Courmayeur Noir in Festival e presentato con successo al Sundance Festival) affronta in modo acuto temi considerati seri e sui quali, apparentemente, è sconsigliato ironizzare, quali appunto la riabilitazione dei soggetti pericolosi, l'handicap, l'alcolismo, la religione, il libero arbitrio, la pedofilia, il suicidio. Da una simile concertazione di argomenti ci si aspetterebbe un drammone esistenziale tale da far impallidire il più pesante tomo di filosofia presente sul più polveroso scaffale della nostra libreria; invece Le mele di Adamo è una pellicola intelligentemente irriverente, capace di ironizzare e dissacrare tutto, conducendoci per mano (e talvolta spingendoci in modo brusco e persino tirandoci per le orecchie) tra le pieghe di una storia tanto divertente quanto amara.
Un neonazista avanzo di galera, un ex tennista alcolizzato, violentatore e cleptomane, un arabo rapinatore di distributori di benzina (esclusivamente Statoil, perché eticamente giustificabile da "questioni di famiglia") dal grilletto facile, una giornalista alcolizzata incinta di ignoto e un pastore protestante, impenitente bugiardo, che deliberatamente rimuove dalla sua strada tutto quanto possa alterare la sua percezione di come il mondo dovrebbe andare (che non equivale per nulla a come il mondo realmente va), sono i protagonisti della pellicola. E non è tutto, perché attorno a loro ruotano una serie di personaggi comprimari che non hanno nulla da invidiare, quanto a sgradevolezza: un medico realista, crudo e crudele nelle sue diagnosi, un gruppo di violentissimi naziskin armati di tutto punto, un bambino gravemente spastico in sedia a rotelle e un ex-nazista incontinente e in procinto di morire. E non si pensi che in una tale mole di personaggi qualcuno possa risultare di troppo, perché ognuno di essi è essenziale non solo nel dipanarsi della trama, ma anche, e soprattutto, alla storia in quanto specchio di un mondo malato. Una realtà che nella visione di Jensen solo all'apparenza è gradevole, rigogliosa e promettente come un sontuoso albero da frutta all'inizio della primavera, ma che in verità è regolata da equilibri labilissimi, per lo più basati sulla capacità umana di alterarne la percezione, filtrandola e piegandola al proprio volere per renderla meno cruda. Quasi si tratti di una facoltà soprannaturale sviluppata per evitare l'estinzione e per facilitare la sopravvivenza, una sorta di pollice opponibile del subconscio.

All'inizio della pellicola, l'equilibrio regnante nella piccola comunità gestita da padre Ivan viene turbato dall'arrivo di Adam, un maturo naziskin obbligato a trascorrervi un periodo di riabilitazione. Affinché la riabilitazione possa sortire i suoi effetti, fornendo gradualmente ad Adam gli strumenti necessari a percepire una progettualità nella propria esistenza, Ivan concorda con il nuovo arrivato un obiettivo da raggiungere. Un piccolo passo per iniziare un lungo cammino. Adam, a cui nulla importa se non che il ritratto di Hitler rimanga ben appeso alla parete della sua camera, non esita a scegliere un compito banale: confezionare una torta con i frutti del bellissimo melo che campeggia nel giardino della comunità. Il compito si rivelerà arduo, progressivamente impossibile da realizzare, funestato da eventi inspiegabili quali l'assalto di decine di corvi, il proliferare di vermi sui frutti e persino la furia della natura (sotto forma di fulmine), dando origine ad una serie di disavventure che porteranno al disastroso disgregarsi dell'intera comunità, in un tripudio di nefandezze, violenze, malattie e morti. Ma è davvero Adam la sola causa tutto ciò? Davvero la "conversione" di Adam al bene è tanto importante da smuovere il Maligno affinché ne ostacoli la realizzazione?
A guardar bene, infatti, Adam non è la causa prima di questa concatenazione di eventi disastrosi. La comunità, che vediamo attraverso il suo sguardo disilluso e muto, è profondamente malata, insana, minata alle radici dalle menzogne che padre Ivan (affetto da una strana sindrome che gli fa rimuovere inconsciamente tutto ciò che può provocargli dolore, sia fisico che emotivo) racconta a sé stesso e agli altri. E Ivan nasconde questa sua "malattia" ergendosi a paladino quasi illogico del "porgi l'altra guancia", trascinando Adam (che devotamente interpreta il ruolo del più cattivo dei cattivi) in un perverso gioco del "bastian contrario". Questo meccanismo malato, quasi autodistruttivo, che coinvolge Ivan e Adam (l'uno assolutamente votato al Bene, l'altro seguace del Male) è il fattore scatenante della sfortunata serie di eventi che provocherà il crollo della comunità. Adam, dunque, non è tanto il Male in sé ma è, piuttosto, colui che opponendosi alla dittatura della cieca ricerca del Bene accende il motore dell'azione. È la scintilla che fa divampare l'incendio, e, significativamente, sarà anche l'acqua che lo spegnerà e il collante che cercherà di rimettere insieme i pezzi, stando ben attento però a non cancellare le cicatrici che, si sa, sono di vitale importanza affinché si possa trarre insegnamento dalla memoria della propria esperienza e ricominciare a vivere in un mondo in cui, finalmente, Bene e Male non debbano essere assoluti e assolutamente alternativi, ma in cui più verosimilmente rappresentino facce diverse di una stessa medaglia, realtà che possono convivere mitigandosi l'una nell'altra.
LE MELE DI ADAMO
(Germania/Danimarca, 2005)
Regia
Anders Thomas Jensen
Sceneggiatura
Anders Thomas Jensen
Montaggio
Anders Villadsen
Fotografia
Sebastian Blenkov
Musica
Jeppe Kaas
Durata
94 min