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New York, 1989. Due amici, Mark e Roger, condividono un appartamento nell'East Village. Mark, aspirante documentarista, filma senza sosta ciò che continua a rimanere uno showreel da proiettare ai pochi conoscenti, mentre Roger, promettente musicista dal passato tossicodipendente e ora sieropositivo, sogna di scrivere l'ultima grande canzone prima che la malattia lo porti via per sempre. L'incontro con Mimi, giovane stripteaser eroinomane affetta da HIV, cambierà la vita di quest'ultimo. I due conosceranno un amore tanto ardente quanto effimero. La condanna alla povertà e alla malattia e lo slancio romantico della piccola comunità travolgerà anche Tom e Angel, Maureen e Joanne, coppie entrambe omosessuali.
Dopo 10 anni di incassi stratosferici, con punte da capogiro e infinite repliche soprattutto nei teatri di Broadway e del West End londinese, e di favorevoli risconti critici (Premio Pulitzer e Tony Award), arriva sugli schermi l'adattamento cinematografico della rock-opera Rent di Jonathan Larson, autore scomparso nel 1996 a soli 35 anni, a causa di un aneurisma aortico. Il regista Chris Columbus decide di mantenere pressoché intatto il cast del musical (sei degli interpreti originali sono infatti della partita, andando ad affiancare Rosario Dawson e Tracie Thoms, le cui interpretazioni restano le più convincenti ed efficaci), senza però farlo diventare il punto di forza all'interno di una pellicola che ne avrebbe avuto bisogno vitale. Già, perché in classico Columbus-style (ricordate i primi due episodi della saga del maghetto Harry Potter?), il film è assolutamente la fotocopia - momento più, momento meno - dell'opera. Cosa che non giova certo ai 135 lunghi minuti di proiezione, perché la determinante diversità tra cinema e teatro, e cioè la mancanza di una qualsivoglia effettiva interazione e intimità con il pubblico, finisce per rendere l'adattamento se non brutto, alquanto fiacco e incostante, cosicché i numeri musicali davvero memorabili (in composizioni che già di per sé non rappresentano nulla di eccezionale) si limitano a un paio per tempo - l'apertura di Seasons Of Love su tutti -, senza peraltro riuscire essi stessi a risollevare parzialmente le sorti di un lavoro altrimenti insulso.
Cosa non riesce a Columbus, che è invece riuscito, in epoche diverse, a film tratti da altrettante opere teatrali quali West Side Story o Chicago? Essenzialmente il difetto maggiore è da imputare proprio alle doti del regista, come sempre poco ispirato e oculato (com'è possibile che un regista dal cachet plurimilionario possa affidare il ruolo di un gruppo di ventenni ad un cast di quarantenni?), scarsamente energico e assolutamente schiavo di una manciata di movimenti di macchina (da cui si salva solo lo staging di Tango: Maureen) che sviliscono a più riprese la resa scenica. Più generalmente però bisogna riconoscere al play stesso un prematuro invecchiamento, dovuto forse alla distanza con cui certi temi - segnatamente l'HIV (l'esatta metà dei personaggi ne è affetto) - vengono attualmente discussi. La mentalità e soprattutto la presa di coscienza del grande pubblico verso una malattia che continua a rimanere certamente una tragica realtà sono infatti cambiate radicalmente, e una trattazione diretta e non metaforica dell'AIDS nel 2006 risulta poco rivoluzionaria e ingenuamente anacronistica. Columbus poi non è certo Boyle: difficile affezionarsi ai personaggi di Rent più di quanto non avessimo fatto precedentemente per Trainspotting. Non c'è ombra di grottesco, che pure nel musical affiorava qua e là, ed è impossibile, oltre che francamente poco edificante, sentirsi in sintonia con chi è conscio dei propri rapporti sessuali a rischio, con chi fa uso smodato o, peggio, ragionato di eroina, o ancora con chi non ha una professione e pretende addirittura di non pagare l'affitto.
La creatività paga? Certamente. Non in Rent, però, dove l'estro dei protagonisti si limita a qualche numero di ballo o a esibizioni da drag queen di ultimo rango. Un pessimo biglietto da visita per coloro che non hanno ancora avuto modo di apprezzare dal vivo il musical omonimo. Imbarazzante.
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