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Apparentemente, Factotum e il suo regista Bent Hamer tradiscono Bukowski nella maniera più assoluta. Il personaggio di Henry Chinaski è drasticamente alleggerito nella sua trivialità (forse inevitabilmente, dati i limiti esigui del "guardabile cinematografico" attuale, ma non è una scusante): se Bukowski non si fermava di fronte a nulla, qui siamo di fronte a un'autodistruzione parsimoniosa, ad un protagonista non gradevole ma nemmeno ripugnante, ad una cospicua ma non alluvionale messa in scena di fluidi corporei. Si perde la narrazione quasi epica della dipendenza alcolica, cruciale nello scrittore americano, che si trasformava nelle sue mani in una selvaggia storia d'amore. Scarseggia l'inarrivabile e caustico umorismo bukowskiano, manca del tutto lo slancio al surreale: Factotum pare trasmettere ben poco della visceralità sbracata e lucida che si respirava nell'opera letteraria, eppure, a conti fatti, Hamer riesce a recuperare sotterraneamente ciò che sembra tradire ad una prima visione.
Prima di tutto, Factotum non indulge nel maledettismo esistenziale e nel compiacimento della disperazione, con tutti suoi orpelli di sociologia spicciola da grande schermo. Lo stratagemma principale con cui si tenta solitamente di neutralizzare l'anarchismo nichilista bukowskiano è quello di considerarlo come un fallito ributtante e disperato che raccontava storie ributtanti e disperate: secondo la morale comune, chi sta fuori della società non può essere felice. La pericolosità di Bukowski sta al contrario nel fatto che i suoi personaggi, con tutta la loro marginalità e il loro pessimismo cosmico, non sono generalmente infelici. Henry Chinaski è cinico fino al sadismo, menefreghista, alcolizzato, inadatto e improduttivo, è rancoroso e aggressivo: ma non si può definire come un uomo disperato. È piuttosto un uomo che si è piazzato così in basso nella scala sociale da non doversi più preoccupare di scendere ancora, e che quindi può permettersi di osservare il mondo con sarcasmo e ironia, da lontano, fregandosene talmente da non ritenere opportuno muovere nemmeno un dito per salvarlo. La critica anarcoide del vecchio Hank all'american way of life è una sovversione da gamberi, una protesta in sottrazione, nichilista al punto da perdere fiducia anche in se stessa: nulla vale nulla per Bukowski, niente è sacro, e anche al di fuori di qualsiasi valore si può essere, se non felici, almeno moderatamente contenti. Tutto questo, Hamer pare averlo capito: Factotum non si piega alla rappresentazione necrofiliaca di un mondo di poveri relitti umani che si trascinano verso la tomba, ma mette in scena una vitalità basale e carnale che, come nei romanzi e nei racconti di Bukowski, riesce a sedurre.
In secondo luogo, Factotum riproduce a livello formale molte delle dinamiche stilistiche di Bukowski: è un film apatico, indolente, bradipico, entropico come il suo protagonista, girato con sorniona ed ironica disillusione. La macchina da presa si limita spesso a "poltrire", ottenendo il massimo col minimo sforzo, e sta ferma a seguire frontalmente intere scene, delegando ad altri la creazione di senso. Le sequenze sono separate con dissolvenze in nero lunghe e accidiose, che riproducono l'impianto frammentario ed episodico dell'opera bukowskiana, e nel contempo rispecchiano il risvegliarsi del suo protagonista dalle sue colossali sbronze. E alla resa dei conti anche l'eccessiva patinatura formale (la fotografia curata, la scelta puntigliosa degli equilibri delle inquadrature) non è incoerente con la schizofrenia di Charles Bukowski, con lo scontro fra le sue storie sordide e la sua prosa apparentemente diretta, ma in realtà rifinita e ritmicamente ineccepibile.
In Factotum si respira un nichilismo stanco che non ha nulla del maledettismo, nessuna volontà provocatoria, non tanto per mancanza di attitudine alla provocazione, quanto proprio per accidia: traspare in filigrana una reale sensazione di estraneità, di abbandono, di sconfitta, ma allo stesso tempo di sordida libertà. Le vite bukowskiane sono vite talmente inutili che alla morte, alla fine, non resta niente da portare via. Eppure, alla faccia della morte, sono assolutamente degne di essere vissute.
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