Gavin Hood
Il suo nome è Tsotsi
di Chiara Federico
A sorpresa trionfa come miglior film straniero Il suo nome è Tsotsi, uno dei vincitori più inaspettati della notte degli Oscar. Cosa abbia sorpreso davvero in questo lungometraggio Sudafricano è da rintracciarsi nell'ambientazione, nella prospettiva frontale delle favelas di assi e polvere schiacciata da un cielo irreale, bruciato, malsano.
La storia del giovanissimo Tsotsi, che non vuole rivelare il suo vero nome, si inerpica continuamente su restrizioni e circolarità, su patti di sangue necessari e onerosi con la banda paracriminale con la quale vive e lavora di estorsione e paura. Costantemente rabbuiato il confronto con gli uomini di un mondo "altro", il grasso privilegiato sgozzato con riverente audacia nella metro, ma anche l'invalido umiliato nel confronto per le strade. Tsotsi lo lascia vivere perché rispetta la sua voglia di "sole e calore" sulle mani sensibili, e sulle gambe inerti. Quella del ragazzo è una singolare etica-estetica della sopraffazione, guidata dal suo volto ancora morbido, e già feroce, parato di fronte all'avversario, che picchia e uccide come in preda a raptus irrazionali e che altrettanto irrazionalmente decide di essere clemente, di riflettere.
Il rapimento rocambolesco e non voluto di un neonato ricongiunge Tsotsi con un passato dolorante, con l'intimità sporca e in penombra della sua abitazione raffazzonata. La piccolezza di quell'essere, e il mondo brulicante e maleodorante che è intorno, portano il rapitore ad una crescita ponderata, all'incontro inusuale con una giovane donna-madre e alla ricostruzione faticosa di un'interezza, di una scala ancora pericolante di valori. Ma se l'etica cambia, l'estetica rimane cupa, ineluttabile. Tsotsi trova il coraggio di restituire il piccolo, ma acquistando consapevolezza e umanità perde la propria libertà. La parte finale del film è un lungo commiato, un trascinarsi commovente e senza congegno di piccoli sentimenti castrati, imperfetti. La struttura in cui questi fioriscono è classica, tanto da collidere con la messa in scena ricercatamente spoglia. L'epilogo, o parabola, si arricchisce di flashback non certo sorprendenti, che svelano, come in un cerchio, il nome di Tsotsi, i suoi giorni tra quattro assi, il padre reso crudele dall'ignoranza, la madre morente. E poi il cane, figura strisciante e metaforica che sembra riecheggiare nel pensiero dell'amico "Maestro": perle di saggezza sub-metropolitana scandite da una sorta di hip-hop cieco, parole sul rispetto che si deve agli altri, quello che Tsotsi sembra non avere.
Il regista offre uno spaccato fedele di un'infanzia mutilata, di occhi che stentano ad aprirsi, perché incrostati da un dolore quasi fisico. Spesso indugia nella melanconia, nei tratti tipizzati dell'"infante perduto", "maledetto". E, come ci si poteva aspettare, colpisce.
IL SUO NOME È TSOTSI
(Sud Africa, Gran Bretagna, 2005)
Regia
Gavin Hood
Sceneggiatura
Gavin Hood
Montaggio
Megan Gill
Fotografia
Lance Gewer
Musica
Paul Hepker, Mark Kilian, Vusi Mahlasela
Durata
94 min