Sidney Lumet
Prova a incastrarmi
di Gianmarco Zanrè
Giunti quasi a metà di un processo noto come il più lungo della storia legale degli Stati Uniti, un membro della giuria definisce uno degli imputati, Jackie DiNorscio, con l'appellativo "carino", scatenando l'ira funesta del procuratore Kierney. Questo il cuore, il succo di una pellicola intelligente e sarcastica quanto potenzialmente pericolosa ed inquietante, ennesima patata bollente sottoposta dal grande vecchio Lumet al pubblico delle sale di tutto il mondo.
Analizzando la filmografia del regista americano - classe 1924 -, non possiamo negare che l'impulso principale dei battiti di questo cuore vada ricercato nella delicata dicotomia aule di tribunale/menzogna. Proprio da un processo, infatti, era partito un giovane Lumet, realizzando alla sua prima pellicola una pietra miliare del genere, quel La parola ai giurati (1957) dove Henry Fonda si faceva carico di un messaggio importante: la grazia di un uomo innocente sul cui capo pendeva la pena capitale. Sono passati quasi cinquant'anni e un Verdetto (1982), e con essi un mondo intero. Se, infatti, con il suo primo lavoro il regista di Philadelphia apriva le porte a una morale tesa alla comprensione della colpa e delle sue conseguenze, il nuovo millennio pare aver asciugato lacrime, enfasi e speranze per metterci di fronte a un mondo ribaltato, dove il fascino del male non è certo messo in discussione - del resto è cosa nota - e la normalità pare essere, di fatto, la negazione della legge in quanto organo, istituzione e valore. Il fatto che la storia da cui prende spunto il regista sia inoltre ispirata a fatti realmente accaduti, rende certo più amaro il gusto di un boccone che comunque è necessario mandar giù: la simpatia di Jackie DiNorscio (un ottimo Vin Diesel), infatti, conquista senza attenuanti, tanto da giustificare i commenti ad alta voce in sala indirizzati contro procuratori, giudici, testimoni d'accusa e poliziotti. L'ammissione delle colpe diviene dunque la via più semplice per il perdono, almeno quanto la negazione dell'evidenza, azioni queste che riportano alla mente le inarrivabili performances di un Jackie DiNorscio nostrano molto più noto del gangster - o gag-ster, come lui stesso di definisce nella versione originale - e certo, agli occhi di chi scrive, infinitamente meno "carino".
Parte della critica illustre ha bollato questa pellicola dichiarandone l'inutilità, seguendo la stessa linea dura adottata per il di poco precedente Lord of War, accusando Lumet di creare un alone mitizzante e sinceramente partigiano rispetto agli accusati, riducendo a macchiette i rappresentanti della legge: eppure Prova a incastrarmi - tralasciando l'inquietante titolo italiano - ha chiavi di lettura ben più profonde, e, almeno quanto la succitata pellicola di Niccols, rappresenta, al contrario, un campanello d'allarme per una società in cui il ribaltamento dei valori non è più semplicemente riconducibile ad una sorta di "sindrome di Stoccolma" - come poteva essere per Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) -, ad una rivincita degli sconfitti, quanto alla confusione ormai presente e radicata nel cuore della gente comune che si trova a dover confrontare rigidi, biechi e squallidi "criminali legalizzati" (si vedano, in proposito, le macchinazioni del procuratore Kierney e il pestaggio organizzato dalle guardie carcerarie) con una banda di altrettanto biechi e squallidi uomini "d'onore" dall'unico merito, quello di essere paradossalmente più vicini a chi li giudica, e, di conseguenza, ai loro occhi più "simpatici".

Lumet, che con l'età pare non essersi per nulla ammorbidito - ricordando, in questo, i due suoi inarrivabili colleghi Altman (1925) e Eastwood (1930) - gira dunque una pellicola scomoda e difficile, solo all'apparenza stemperata dalle gag del protagonista, ben supportato dagli ottimi Linus Roache (Kierney), Alex Rocco (il boss Calabrese) e Peter Dinklage (B. Klandis), e capace, nonostante la staticità della trama, quasi interamente risolta in aula, di mantenere alto il livello d'attenzione dello spettatore senza stupirlo con particolari virtuosismi di regia. Una regia, a mio avviso, volutamente sotto le righe e al servizio dello sviluppo della vicenda, funzionale alla volontà di Lumet di lasciare al suo protagonista più libertà possibile e indurre così in tentazione la platea, quasi a voler mettere alla prova lo spettatore in quanto "giurato" (non a caso le arringhe d'apertura e chiusura sono riprese attraverso primi piani degli avvocati e soggettive della giuria stessa) rispetto ad una vicenda che fece scalpore quando accadde e, certo, pare non aver perso mordente o capacità di far discutere ancora oggi.

L'elemento fiction, dunque, utilizzato come lente deformante della realtà, quasi alle bugie delle parti in causa si sommasse la "bugia" per eccellenza, la stessa teorizzata dall'illusionista Welles: il cinema. Il pubblico in sala, palesemente dalla parte degli imputati, diviene, una volta uscito, il principale accusatore dei "veri" criminali, ribaltando le parti come sempre è stato per il gangster movie, dalla trilogia coppoliana de Il Padrino agli scorsesiani "bravi ragazzi". Lumet, da acuto osservatore, pare aver appuntato tutti i fenomeni di immedesimazione legati ai criminali cinematografici, e, attraverso una sorta di schiaffo morale, ci ricorda quanto, nella realtà, quegli stessi fenomeni esistano davvero, e siano molto più pericolosi e bugiardi di quanto mai i loro "colleghi" di celluloide potranno essere. In Donnie Brasco (1997) Johnny Depp, ormai completamente assorbito dalla sua parte di infiltrato, non fatica a rivelare alla moglie "Non mi comporto come uno di loro, io sono uno di loro": ed è così che si esce dalla sala, con lo stesso, amaro gusto del coinvolgimento in un crimine che noi - e, a sentire bene, anche loro - siamo molto lontani dall'aver commesso.
In un momento storico confuso come il nostro, è bene che pellicole come questa ci facciano riflettere, mettendoci di fronte al fascino del male, ma anche alla sua banalità, sia esso da una parte o dall'altra della legge. Nessuno è esente da colpe, e una tale presa di coscienza è forse il primo passo verso il cambiamento di un mondo che non è certo l'assoluzione dei DiNorscio, ma neppure il sostegno a chi ricorre agli stessi loro mezzi per incastrarli. Il rischio utopistico è ben presente, e la perfezione, questo almeno è universalmente accettato, non esiste. Ma il nostro diritto e la nostra responsabilità sono le basi da cui dobbiamo partire per evitare che i gag-ster impazzino nella vita reale e che, come ogni buon "male" che si rispetti, continuino al contrario ad imperversare nella fiction, regno incontrastato dei "bugiardi" wellesiani.
PROVA A INCASTRARMI
(USA, 2006)
Regia
Sidney Lumet
Sceneggiatura
Sidney Lumet, T.J. Mancini, Robert J. McCrea
Montaggio
Tom Swartwout
Fotografia
Ron Fortunato
Musica
Jonathan Tunick
Durata
125 min