|
La verbosità di cui era intrisa la saga fantascientifica dei fratelli Wachowski covava già in se tutti gli elementi futuri di questa nuova opera e della weltanschaung degli stessi autori. Il medium cinema è il loro megafono ideologico attraverso il quale risvegliare le coscienze addormentate degli spettatori, vittime di stimoli visivi artefatti in cui l'apparenza delle immagini somministrateci dagli schermi orwelliani influisce negativamente, in maniera metaforica e duplice, non solo sulla popolazione profilmica, ma anche sugli spettatori fruitori del film in questione. Ed è compito di V, uomo di paglia dietro la cui maschera si cela - quale sintesi della duplicazione mentale e fisica dei fratelli Wachowski - l'ideologia dei nostri autori, disvelare a tutti noi astanti il potere manipolatore delle apparenze atto a piegare le nostre coscienze, privandoci di quell'identità che la maschera stessa di Guy Fawkes, indossata dalla popolazione in un afflato ideologico e di compartecipazione, lievemente populista e demagogico, tende ad omologare al fine di aiutare gli stessi indossatori a riscoprire la propria personalità e volontà di prevalenza delle idee.
Messaggi apparentemente sovversivi e rivoluzionari che si insinuano nel meccanismo cinematografico hollywoodiano, tendente solitamente ad un'autocelebrazione dell'american way of life, che qui assume i toni classici della distopia al potere in un Inghilterra futuribile, dietro la cui facciata si intravede l'America isolazionista e islamofobica di Bush. I fratelli Wachowski, infatti, partendo da una Graphic Novel ispirata al periodo thatcheriano e alle sue possibili conseguenze portate all'eccesso, ne adattano e mutano i contenuti, piegando la storia alle proprie ispirazioni ed esigenze di critica verso la politica americana, subodorando una teoria del complotto del potere al fine di instaurare un clima di terrore repressivo, in cui il libero arbitrio è solo quello in mano ai governanti, tesi al controllo totalizzante di una cultura di massa che appare costantemente ripiegata sulla visione di schermi interpellanti che ne guidano le opinioni passive.
V per Vendetta diviene per i nostri autori, questa volta autorelegatisi al ruoli di semplici sceneggiatori, l'occasione per giocare con ruoli e personaggi cinematografici solitamente riconoscibili in ruoli antitetici, instaurando una serie di citazioni che si rincorrono e che ribaltano le parvenze della visione: Hugo Weaving da antagonista di Neo nella saga di Matrix, diviene qui eroe assoluto, celato dietro una maschera che ne priva l'identità, rendendolo uno-nessuno-e-centomila, fino all'immedesimazione della stessa Evey con V, aspetto insito nella pronuncia stessa del suo nome ([Ai] [vi:] = Io V); John Hurt da vittima del sistema totalitario di 1984, diviene egli stesso Grande Fratello detentore del potere, la cui supremazia ed esistenza tangibile è data solo dalla sua immagine televisiva rispetto all'"evento morte" cui viene sottoposto, mentre la sua figura imperante continua a rivolgersi ad un popolo oramai sordo ai suoi proclami; Stephen Rea da terrorista dell'I.R.A. in La moglie del soldato si ritrova ad essere il poliziotto dubitante e scettico nei confronti dello stato cui è asservito, al quale viene demandata la detection sull'identità del terrorista V. Solo Stephen Fry pare non spostarsi dal suo ruolo usuale di personaggio frivolo ed ironico, ma arguto censore dei costumi e del potere quale fu Oscar Wilde, da lui stesso interpretato nel film Wilde, e come tale destinato ad una severa repressione.
I Wachowski sovvertono così ruoli e strutture, infarcendo il racconto di riferimenti cinematografici e letterari, già presenti e dichiarati nella Graphic Novel, tali da rendere il protagonista una summa di disparati personaggi romanzeschi: da Il Fantasma dell'Opera a Zorro sino a Il Conte di Montecristo, senza dimenticare i nessi col Bradbury di Fahrenheit 451 per lo spirito collezionista di V, teso al recupero di quella cultura rimossa ed ostracizzata da un totalitarismo miope e censore. Rimandi letterari che generano una sorta di rielaborazione postmoderna del genere cappa e spada, di cui il nostro eroe incarna idealmente la figura dello spadaccino invincibile, dimostrando al di là di una certa autoreferenzialità dialettica, uno spirito guascone che rammenta il D'Artagnan di Dumas e il Conte vendicatore, che assapora ed elabora con meccanica precisione il proprio piano di rivalsa contro un potere di cui lui stesso è stato vittima. Ma le tirate verbose e ideologiche degli autori, unite alla regia poco incisiva di James McTeigue, che imbriglia un racconto già di per se claustrofobico, ne limitano gli effetti scenici e la lezione "morale". L'atmosfera opprimente e occlusiva, scandita da un ritmo poco incalzante per un film d'azione, non riesce a creare una sufficiente tensione emotiva nello spettatore, minata anche dall'interpretazione della Portman, incapace di rendere espressiva la sua machera, soprattutto rispetto a quella materiale del protagonista V, da noi valutabile solo attraverso la voce doppiatrice di Gabriele Lavia, penetrante e sinuosa.
Il risultato finale dimostra pertanto alcuni limiti intrinseci dati dall'eccessiva attenzione dei Wachowski al potere della parola nel cinema e dalla tendenza ad interpellare la coscienza dello spettatore con idee e concetti che, per quanto condivisibili, divengono nella loro messa in scena banali e irritanti, ottenendo effetti controproducenti rispetto all'invito a sovvertire o estirpare le radici di un qualsiasi potere totalitario, cui la nostra società è sempre a rischio ricaduta e da cui dovrebbe ben guardarsi. Vincoli dati anche dalle lacune della sceneggiatura che fanno intravedere una motivazione intrinseca nella vendetta di V, trasmutata infine in rivalsa spettacolare di una nazione (ed è qui il rischio di populismo cui si accennava) che non viene completamente approfondita, perdendosi nei meandri di una storia che cerca di evitare accumuli narrativi, finendo col renderli spunti affascinanti di un personaggio in sé a rischio di ironia involontaria, così poco sviluppati da perdersi sullo sfondo di un racconto in cui l'azione stessa è relegata ad uno scontro finale coreograficamente memore dell'estetica matrixiana, ma ormai futile esercizio estetico, incapace di risollevare una rappresentazione appesantita dalla necessità di esplicazione del pensiero dei suoi autori.
|