Sergio Rubini
La terra
di Mario Bucci
Mesagne, provincia di Brindisi. Luigi di Santo, partito al nord parecchi anni addietro per diventare un professore di filosofia, scende dal treno e si affaccia sulla stazione deserta: nessuno è andato a prenderlo. S'incammina e, sulla strada, a dargli un passaggio è l'unto Tonino, sua vecchia conoscenza. Si fa lasciare ad un funerale dove riconosce il fratello Mario, anche se ad invitarlo nuovamente nel paese natio è stato il fratello Michele, candidato alle politiche e interessato a vendere la proprietà per pagare alcuni debiti. I tre fratelli sono tutti d'accordo nel cedere la terra, ma c'è Aldo, il quarto della famiglia, che non ha alcuna intenzione di farlo e Luigi è stato chiamato proprio per convincerlo. Mentre Luigi ritorna sui luoghi della memoria, affrontando così il proprio passato (soprattutto rileggendo il difficile rapporto con il padre violento) emerge una realtà della quale è completamente all'oscuro: Tonino è diventato il proprietario di mezzo paese, grazie alla sua attività di usuraio. Durante una processione lo strozzino viene colpito dal balcone della vecchia scuola, e i sospetti ricadono sia su Aldo, che, nel frattempo, si è innamorato dell'amante di Tonino, sia su Michele, lui stesso strozzato dai debiti. Luigi decide di non tornare al nord, ma di risolvere il caso da solo.

L'ultimo lavoro di Sergio Rubini parte da dove l'attore iniziò la sua carriera dietro la macchina da presa, da quel La stazione (1990) dove conobbe l'amore di Margherita Buy e da cui poi si allontanò per fare un percorso che lo ha portato ad essere uno dei principali interpreti del cinema italiano. A distanza di oltre quindici anni però, il regista di Grumo Appula torna sui suoi passi per affrontare un meridione dal quale forse si era tenuto troppo distante, e lo fa con un'ingenua maturità che rapisce il pubblico per tutta la durata della pellicola. Non si tratta solo di un giallo ben orchestrato, teso e vivace, che attraverso la figura di Fabrizio Bentivoglio procede lento verso la verità, alla ricerca di piccoli pezzi che rendano il puzzle sempre più completo, ma anche e soprattutto di una più profonda riflessione sulla carriera stessa del regista pugliese e sulla condizione del meridione di oggi, di ieri e di come, forse, sarebbe potuto essere. Sembra quasi un'ammissione di colpa quella che racconta Rubini, di quella mancanza di volontà e coraggio che aveva evitato a Luigi di uccidere il padre violento, e che invece si ripresenta a distanza di anni in Mario, il più piccolo della famiglia, il quale invece ha avuto l'ardore di imbracciare il fucile del padre e di vendicare un amico storpio al quale Tonino, l'usuraio, aveva reso la vita impossibile. C'è quindi il senso della vendetta, ma anche un'ammissione di colpa da parte del regista, forse arrivato ingenuamente ad una condizione più matura nella quale, fra le righe, si legge la distanza che si è creata tra lui e la sua terra (e la sua cultura), che forse un tempo avrebbe potuto coltivare meglio.
Sergio Rubini è spesso ritornato in Puglia ad affrontare luoghi e stereotipi, ma con questo film sembra riconoscere di non aver fatto abbastanza prima di andarsene (Luigi non aveva ucciso il padre violento e le cose in paese sono solo peggiorate) e si ritrova, a distanza di anni, nella stessa condizione, quella cioè di dover fare i conti con la realtà dalla quale è riuscito ad emergere. Per far questo, come se si trattasse di una vera e propria penitenza, egli sceglie, infatti, di interpretare il personaggio più sporco, più unto, macchiato di colpe e surrogato di feroce violenza, quello di Tonino l'usuraio, al quale l'intero paese è sottomesso. E la penitenza paga, perché la sua è una delle migliori interpretazioni della carriera. Per arrivare a costruire un film in grado di tenere il pubblico davvero inchiodato alla sedia per quasi tutta la durata della storia, Rubini sembra essersi ispirato al cinema francese e provinciale di Claude Chabrol, al cinema cioè che tra i fiori semina i cadaveri, e che all'ombra del sole seppellisce le menzogne e la verità nel medesimo luogo.
La terra è dunque in film che chiede vendetta, che ammette colpe, e che forse è alla ricerca di una soluzione per colmare una distanza (il senso del viaggio e del ritorno) che ha reso estraneo il protagonista al proprio passato (è Mario, infatti, che ricorda a Luigi la storia del padre). Montato molto bene, illuminato da una luce che a volte sembra mancare, ma che in Puglia non dovrebbe mancare mai (forse si è trattato solo di una brutta copia della pellicola), il film fa leva sulle capacità del regista di bilanciare le emozioni attraverso i caratteri differenti dei personaggi, da quello lento e riflessivo del protagonista a quelli più concreti e vivaci di Aldo e Michele, a quelli più romantici, e forse proprio per questo più violenti, di Mario. Tra Dostoevskij, Chabrol, Visconti (quello di Rocco e i suoi fratelli (1960), cui il regista sembra comunque strizzare l'occhio) e il Pupi Avati di metà carriera, il regista crea una miscela dal sapore ambiguo (il patto finale con la moglie dell'usuraio), dove la soluzione è sì l'occultamento dell'omicidio (e quindi una sorta di ammissione dell'errore fatto in passato da Luigi, che non uccise il padre) ma è anche un cedere il fianco ad una malavita difficile, se non impossibile, da estirpare (la moglie e il figlio di Tonino continuano comunque a fare i loro traffici loschi).
Grazie al lavoro di Sergio Rubini la Puglia fa, ancora una volta, la sua bella figura sul grande schermo, ricca di paesaggi suggestivi, di colori naturali invidiabili e di realtà il cui significato e valore narrativo l'Italia ha da troppo tempo dimenticato. Uscito nelle sale in concomitanza alla coppia Verdone/Muccino, in anticipo sulle fauci politiche de Il Caimano di Nanni Moretti, La terra si fa notare come un film che non ti aspetti, ben diretto ed interpretato da un regista che ha ormai raggiunto, lentamente, la giusta (e per fortuna ancora ingenua) maturità.
LA TERRA
(Italia, 2006)
Regia
Sergio Rubini
Sceneggiatura
Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini
Montaggio
Giogiò Franchini
Fotografia
Fabio Cianchetti
Musica
Pino Donaggio
Durata
112 min