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Tra i più recenti prodotti frutto della collaborazione tra cinema e letteratura è Memorie di una geisha, ultima, acclamata pellicola di Rob Marshall (pluripremiato autore di Chicago), tratta dall'omonimo romanzo best-seller di Arthur Golden. E non a caso, parlando di tale film, uso il termine "prodotto", perché Memorie di una geisha, per quanto affascinante, per quanto commovente, per quanto avvincente e coinvolgente sia, ha il sapore di un souvenir comprato a Tokio ma, ahimè, made in USA. Guardando il film si ha infatti la sensazione di trovarsi di fronte ad una di quelle improbabili gondole veneziane fatte di conchiglie che la nonna conserva nella vetrinetta, a memoria del delizioso soggiorno trascorso in laguna quando aveva vent'anni. Ammesso che quel viaggio abbia davvero avuto luogo…A volte infatti, a distanza di anni, i ricordi si perdono nel tempo e si confondono con le fantasie, tingendosi di mille sfumature che alterano, più o meno integralmente, la realtà dei fatti. Ma non c'è colpa né inganno in tutto ciò, solo la natura umana che reinterpreta quanto le è accaduto. Come in Memorie di una geisha.
L'essenza della pellicola è infatti contenuta nelle memorie della piccola Chiyo - che da figlia di poveri pescatori si trasforma nella splendida geisha Sayuri -, presentate, peraltro fedelmente al taglio dell'originario testo letterario, non come ricostruzione storica dei fatti, ma come visione personale e assolutamente soggettiva delle vicende della sua vita. Ed è solo in quest'ottica che alcune imprecisioni storiche, alcune reinterpretazioni della tradizione nipponica, alcune esagerazioni nel tratteggiare i personaggi, trovano la loro ragione d'essere. Come per i kimono della sontuosa e crudele Hatsumomo (interpretata da una conturbante Gong Li), sgargianti, coloratissimi e sfarzosi, a dispetto di ogni veridicità se si tiene presente che le geisha indossavano solo kimono dai colori tenui e decorati tinta su tinta, proprio per distinguersi dalle onsen geisha, ossia geiko di basso rango che, a differenza delle prime, non disdegnavano di prostituirsi. O come le acconciature delle geisha Sayuri (cui presta le graziose sembianze Zhang Ziyi) e Mameha (una radiosa Michelle Yeoh), fantasiosamente rivisitate, piuttosto basse e di dimensioni piccole rispetto ai canoni tradizionali che consideravano "migliori" le acconciature molto alte ed elaborate. O come, infine, il debutto in società di Sayuri, protagonista di un'indimenticabile, seppur improbabile danza in stile Kabuki, data l'impossibilità per una maiko (ossia una geisha apprendista) di esibirsi come solista, e non tanto per mancanza di capacità quanto perché il rigido protocollo che regolava la vita delle geisha lo vietava.
A dispetto di queste "rivisitazioni", a dire il vero difficilmente individuabili e comunque non inficianti il valore della pellicola, il pubblico è garbatamente avvolto dalla nuvola dei ricordi della deliziosa protagonista e, come per magia, davanti ai suoi occhi si schiudono le sottili porte di carta di riso dell'okiya (la casa delle geisha) che danno accesso ai più reconditi segreti della misteriosa vita di queste affascinanti, e ormai quasi mitologiche, creature. Le vediamo mentre, intente alla loro preparazione per trascorrere la serata alla Casa del tè, si avvolgono in fruscianti kimono, mutando i loro delicati lineamenti col pesante trucco e acconciando i capelli corvini con fermezza e sofferenza, lisciandoli e piegandoli fino a formare pesanti acconciature-sculture impreziosite da scintillanti fermagli e fiori freschi e odorosi. Le sentiamo dibattere calorosamente tra loro, gioire di piccole vittorie, soffrire per le pesanti sconfitte, le ascoltiamo esercitarsi con lo shamisen, le osserviamo mentre si esercitano nella danza, mentre infinite volte provano come versare il tè o semplicemente come inginocchiarsi con grazia ed eleganza. E vediamo la piccola Chiyo trasformarsi da goffa crisalide in splendida e delicata farfalla, opera d'arte vivente in divenire. Promettente maiko che infine risplende come la più famosa e desiderata tra le geisha di Kyoto.
Davanti ai nostri occhi le geisha acquistano finalmente una dimensione nuova e più vera e non sono più le donne schiave dedite al piacere maschile che una visione distorta ci ha trasmesso, ma esseri determinati capaci di far fermare un uomo con un solo sguardo, brillanti compagne di conversazione, raffinate artiste, attente osservatrici e sapienti "donne in carriera" pronte a sfruttare qualsiasi occasione per catturare l'attenzione e conquistare il favore dei potenti. Ed ecco che persino un evento che per la morale comune dovrebbe essere esclusivamente e quasi sacralmente privato, quale la perdita della verginità (mizu age), diviene nel loro mondo occasione di affermazione del proprio valore, conteso a suon di centinaia di yen tra gli uomini più in vista della città (si pensi, però, che la perdita della verginità sanciva il passaggio da maiko a geisha ed era dunque un momento importantissimo nella vita di queste preziose creature). Diventare geisha, sicuramente, non era un destino che si sceglieva (di solito le geisha erano di origini poverissime e venivano vendute dai genitori agli okiya), ma poteva diventare un'occasione da sfruttare in modo proficuo sino a diventare addirittura un privilegio, nel momento in cui si riusciva a diventare la migliore tra esse.
Il difetto del film, come accennato, sta nel suo essere targato USA, aspetto questo reso evidente sia dal taglio scelto per il dipanarsi della trama e dai mezzi impiegati per e dalla produzione, sia dall'operazione di lancio e perfino dall'infinito dibattito che si è acceso intorno alla scelta del regista, del tema e delle stesse attrici protagoniste. E difatti, se nel mondo occidentale ha dato origine ad una vera e propria corsa (specialmente per il "gentil-pubblico") alla documentazione e alla riscoperta del Giappone e delle sue tradizioni, con conseguente assoluta impossibilità di reperire in libreria il testo di Golden, ormai esaurito in tutte le edizioni, con ogni probabilità in Giappone il film di Marshall (così come è stato per il libro), non sarà un fenomeno di massa. Pochi, infatti, sono i giapponesi che hanno letto interamente il romanzo e ancora meno sono quelli che si sono interessati alla pellicola, se non per esprimere indignazione sulla scelta delle tre protagoniste, nessuna delle quali peraltro è di origine nipponica. A favore di Memorie di una geisha, ammesso che se ne senta il bisogno, si potrebbe aggiungere che con ogni probabilità l'opera non è stata pensata per un pubblico di esperti o per conquistare il mercato giapponese ma, piuttosto, nell'ottica di iscriversi nella nobile tradizione della narrazione di eventi e luoghi lontani e fantastici, ricchi di stranezze e di tesori, capaci di incantare e stupire più per la loro particolarità, che non per la loro totale aderenza ad una supposta verità dei fatti.
Ed è innegabile che Memorie di una geisha eserciti sul pubblico un grande fascino, lo stesso che potrebbe suscitare il racconto di un giovane che al ritorno da un lungo viaggio narri una storia ascoltata in un paese che ha visitato, in cui ha vissuto, anche a lungo se vogliamo, e che ha conosciuto approfonditamente, ma di cui non è riuscito tuttavia a penetrare i più reconditi segreti. Di cui, in parole povere, gli sfugge l'essenza ultima. E l'essenza di quel luogo è il fuggevole barlume di un polso nudo tra le pieghe di un kimono.
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