Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
L'enfant - Una storia d'amore
di Francesca Druidi
La ricerca di una traiettoria esistenziale attraverso l'esperienza della paternità è il leitmotiv che accomuna diversi film di questa stagione, da Non bussare alla mia porta di Wim Wenders a Broken Flowers di Jim Jarmusch. E anche se nell'opera di Luc e Jean-Pierre Dardenne, Palma d'oro a Cannes 2005, non si rintracciano lo stesso sguardo al passato e il viaggio nei paesaggi americani di questi titoli, non manca tuttavia una visione comprensiva dell'emarginazione, dell'isolamento e del degrado materiale e spirituale dell'anonima periferia belga, spoglia e priva di punti di riferimento umani e sociali. Un contesto che imprigiona e che finisce inevitabilmente per condizionare i due protagonisti, i giovanissimi Sonia (Deborah François) e Bruno (Jérèmie Renier), il cui amore spensierato genera un figlio, Jimmy (il primo bambino della storia).

Le due opposte reazioni dei genitori all'evento - la "totalizzante" maternità di Sonia e l'indifferenza di Bruno - sono il frutto di due decisioni non consapevoli, bensì spontanee e inconsce. Sonia, infatti, si assume la responsabilità di crescere suo figlio - nonostante la precarietà in cui vive - in maniera assolutamente priva di lucidità e ponderatezza. Allo stesso modo Bruno, che fa della micro-criminalità il suo scenario abituale, tenta di vendere Jimmy al traffico illegale delle adozioni non perché crudele, ma perché fondamentalmente inconsapevole del confine esistente tra Bene e Male, indirizzato com'è su una logica monetaria che filtra il reale attraverso l'ottica esclusiva del denaro e dell'avidità, vista come unica modalità di sopravvivenza. Sarà l'emergere in Bruno (il secondo "enfant" della pellicola, in virtù della sua immaturità e immoralità infantile) di un prepotente istinto di protezione e di affetto - molto simile a quello che muove la paternità - verso il suo piccolo socio in affari (terzo e ultimo bambino identificabile nel titolo) a trasformarlo, a renderlo un individuo compiuto, proprio perché, per la prima volta, sembra essere mosso da sentimenti "veri", caricando su di sé il peso e la responsabilità delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano (costituirsi alla polizia per scagionare l'amico). Solo così si profila, per la giovane coppia, una possibilità di riscatto, una speranza per il futuro.
Film non compromissorio, L'enfant rappresenta l'esito più alto del cinema dei Dardenne, definito dai due fratelli cineasti come un "cinema vivente" che, pur non fornendo alcuna ideologia o giudizio preconfezionato, si connota come profondamente etico, sorretto da un'estetica che imbocca un sentiero a metà strada tra il "pedinamento zavattiniano" - che fu alimento del neorealismo - e lo sperimentalismo documentaristico (genere nel quale si sono formati i Dardenne). Nessun elemento della struttura filmica è lasciato al caso, come dimostrano le innumerevoli ore di prove compiute dai due attori per curare nei minimi dettagli le riprese del film. La costruzione delle scene, che privilegia il pianosequenza - in linea con lo stile dei registi -, è in questo senso emblematica: la mdp s'incolla ai corpi e ai volti dei personaggi per condurre lo spettatore sulle tracce della loro tragica quotidianità, costantemente in bilico sul baratro dell'indigenza e dell'auto-distruzione, trasportandolo direttamente nel cuore della narrazione. Nessuna improvvisazione, dunque, ma una messa in scena calibrata e studiata, che rifiuta la mimesi del reale per una regia che sfrutta sino in fondo i meccanismi del linguaggio cinematografico con l'obiettivo di risvegliare le coscienze e migliorare, per quanto possibile, il mondo.
D'altronde, L'enfant costituisce un'altra pagina dell'ormai ampia galleria tratteggiata in questi ultimi anni dai Dardenne con La promesse, Rosetta (prima Palma d'Oro alla Croisette nel 1999), e Il figlio: opere che parlano di un'umanità lasciata ai margini della storia e della società civile, raccontata sempre con la medesima intensa e severa poetica, sempre anti-retorica. Ed è su questo punto che il film, pur così amato, sembra poter ricevere le uniche possibili critiche: uno stile formale e "morale" riproposto identico a se stesso in una successione di film, senza quindi variazioni o aggiornamenti, rischia di diventare "maniera", nel senso meno positivo del termine? Oppure, come sostengono in molti, questa maniera rimane oggi una delle poche in grado di ribadire concetti scomodi e di svelare realtà spesso dimenticate, come le rivolte nelle banlieu francesi degli ultimi mesi ci hanno mostrato?
La risposta, forse, sta scritta nel prossimo lavoro dei Dardenne.
L'ENFANT - UNA STORIA D'AMORE
(Belgio/Francia, 2004)
Regia
Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Sceneggiatura
Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Montaggio
Marie-Hélène Dozo
Fotografia
Alain Marcoen
Durata
95 min