Aleksej Muradov
Zmej - La coda dell’aquilone
di Domiziano Pontone
Dalla Russia dei paesi in fase di perestrojka giunge Zmej La coda dell'aquilone, film selezionato per la recente Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Settimana della Critica . Il regista, Aleksej Muradov, ambienta questo lungometraggio all inizio degli anni '90, affidando a una famiglia composta da tre persone il compito di descrivere la situazione sociale di una Russia periferica, in attesa che la glasnost raggiunga anche i vasi capillari più piccoli di un immenso Stato come quello ex-sovietico. Tutto ruota intorno a un ufficiale dell'esercito, a sua moglie e al figlio handicappato.
Prediligendo un taglio pauperistico e scabro, Muradov racconta una giornata paradigmatica di un nucleo familiare. Opta per una vivisezione dello squallore nel quale sono costretti i protagonisti, si concentra in lunghi momenti di silenzio e di vuoto, quasi a costringere lo spettatore a una raggelante immedesimazione, e non concede speranza ai personaggi.
La narrazione è affaticata, triste, si accumulano i luoghi comuni della Russia vista dall'Ovest: la vodka, la Trabant, l'algida esecuzione di un condannato e tutto appare piatto. Ma, nell'ambito di un'operazione di rappresentazione spoglia, tre lampi illuminano improvvisamente la scena, per poi affievolirsi e lasciare spazio allo stoppino sempre privo d'olio. Primo flash: dopo una macinata descrizione del difficile rapporto di coppia dei coniugi protagonisti, si scopre che il figlio che hanno è paraplegico ed emerge la dolce umanità del padre, in principio creduto insensibile. Secondo flash: l'uomo va a lavorare. Ritira una pistola, scende in un sotterraneo e fredda con un colpo alla nuca un reo, poi torna a casa per far giocare il figlio con un aquilone. Terzo flash: il figlio del vicino ubriacone deride e colpisce il ragazzino sulla sedia a rotelle. Lite violenta tra i due padri.
Spezzando la sua stessa logica espositiva, Muradov inabissa ulteriormente le speranze di riscatto dei suoi attori e degli astanti che guardano la pellicola. I tre passaggi succitati indicano, nell'ordine: la sofferenza della malattia, la burocratica distribuzione della morte, la disumanità e il prevalere dei rapporti di forza.
Come dire: il buio è interrotto dai lampi dei tuoni e non dalla luce del sole.
Stilisticamente parlando, Muradov si accosta chiaramente ad Aleksander Sokurov, soprattutto nella parte iniziale, quasi priva di dialoghi, talora sfiorante l'ascetismo e plasmata su una pellicola sporca . Il direttore della fotografia, Robert Filatov, è probabilmente un discepolo dell'operatore prediletto dell'autore di Madre e Figlio e Moloch, Aleksej Fëdorov.
Indubbiamente La coda dell'aquilone richiede concentrazione e pazienza, cose che possono accordarsi a un tipo di cinematografia come quella russa, ma diventa necessario porsi un interrogativo di fondo: fino a che punto è elegia soffermarsi su immagini inerti e quand'è che invece scatta il compiacimento per la coscienza di far parte di una scuola meditativa, quasi contemplativa? Fino a che punto c è sincerità e partecipazione (se non denuncia esplicita) e quand'è che l obiettivo diviene l'emulazione dello stile di un Tarkovskij o di un Paradzjanov, piuttosto che di un Sokurov medesimo?
Lungometraggi come La coda dell'aquilone, a differenza di altri contemporanei e occidentali, hanno qualcosa da dire, ma la resa estetica deve anche venire incontro alle esigenze del pubblico, sennò i film rimangono opere per se stessi. Questa era anche la teoria di Michael Powell, il quale ha sfornato capolavori senza tempo.
Il cinema iraniano indica da tempo la strada di un rinnovamento stilistico non disgiunto dall'originalità del messaggio. Senza voler uscire dal ex-Unione Sovietica, già solo la Georgia ha dimostrato, nelle figure di Otar Iosseliani e, più recentemente, di Nana Djordjadze, che le peculiarità di una certa cinematografia possono sopravvivere, senza esserne svilite, anche attraverso un addolcimento della messa in scena. Soprattutto se si considera che Muradov conosce bene un cineasta come Iosseliani, se arriva persino a citarlo nel prefinale - che appare di primo acchito avulso dal contesto - che vede protagonista un operatore di un cinema (vedasi Briganti del maestro centroasiatico).
In sostanza: Zmej è un film ostico, straniero da un punto di vista genetico e culturale, atmosferico ed estetico, distante dal cinema come viene inteso in Occidente, non per questo inutile ma nemmeno migliore. Semplicemente lontano.
ZMEJ - LA CODA DELL'AQUILONE
(Russia, 2002)
Regia
Aleksej Muradov
Sceneggiatura
Aleksej Muradov, Jurij Solodov
Montaggio
Aleksej Muradov, Robert Filatov
Fotografia
Robert Filatov
Durata
75 min