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E' risaputo, anche Hollywood - come la moda, il costume, la politica - vive in un perenne moto ondoso, fatto di flussi e di riflussi, di repentini abbandoni quanto di imprevisti ed inaspettati ritorni.
La particolare tendenza al vintage che, negli ultimi anni, ha investito la Mecca del cinema ha contribuito a riportare in auge, se non proprio all'antico splendore, diversi generi e sottogeneri, fra i quali spicca il thriller parapsicologico, curiosa commistione di dramma, azione e fantasy.
Gli esempi - anche molto recenti
- non mancano, da Il sesto senso (1999) e Unbreakable
(2000), di M. Night Shyamalan (autore anche dell'atteso
Signs, con Mel Gibson) a Le verità nascoste
(2000), di Zemeckis, The Gift (2001), di Sam Raimi,
al particolarissimo The Others (2001), di Alejandro
Amenàbar.
Da queste pellicole in poi la tematica paranormale (o, meglio, ciò che noi definiamo tale, quelle porzioni di esperienza reale non sempre giustificabili razionalmente) ha rinnovato i suoi fasti hollywoodiani, calamitando l'interesse di registi e attori in cerca di pubblico e di un successo che va continuamente rinverdito.
Tra i tanti divi che abbiamo visto
sul grande schermo alle prese con fenomeni strani e inspiegabili
(pensiamo anche a Dragonfly di Tom Shadyac, con
Kevin Costner, uscito in Italia lo scorso aprile), Richard
Gere è solo l'ultimo in ordine di apparizione,
e neppure il più originale: voluto fortemente da
Gary Lucchesi, presidente della Lakeshore Entertainment,
la casa produttrice del film, per conferire smalto e credibilità
a una storia priva di un protagonista individuato che
funga da elemento catalizzatore per gli eventi (tratti
dal romanzo omonimo di John A. Keel sui misteriosi episodi
che sconvolsero per tredici mesi la cittadina di Point
Pleasant, in West Virginia, culminanti nel disastro del
Silver Bridge, il 15 dicembre 1967), cerca di piegare
un fascino ormai maturo al senso di spaesamento e di dolore
di John Klein, il suo personaggio.
La sua interpretazione di un razionale ed appagato giornalista
del Washington Post (Gere non è nuovo a ruoli di
questo tipo: vedi il personaggio di Ike Graham nella commedia
Runaway Bride (1999), di Garry Marshall) che in
una sola notte perde la moglie, la felicità, smarrisce
la propria vita con le sue certezze, ritrovandosi senza
volerlo a mille chilometri di distanza alle prese con
un'oscura profezia, risulta, tutto sommato, credibile:
esito non trascurabile per un attore che in anni gloriosi
ha anteposto le ragioni del divismo a qualsiasi altra
motivazione artistica.
Del resto, anche la pellicola, in generale, ha un ottimo funzionamento, buon ritmo, giusta tensione e, pur rientrando a pieno titolo in quel sottogenere di cui parlavamo all'inizio, prova ad allargare gli orizzonti della storia ad una dimensione psicologica ed esistenziale (il senso di sospensione dell'uomo di fronte al destino, la molteplicità dei punti di vista possibili su uno stesso evento) non priva d'interesse.
Mark Pellington, regista del film,
a questo proposito ammette: "Non mi interessava fare
un film di mostri. Neanche di girare un film di
fantascienza o del sovrannaturale. Descrivo i fatti come
un mistero psicologico con delle sfumature naturalmente
surreali". In effetti, è proprio il caso di
dire che qui il mostro c'è, ma non si vede:
sfruttando un espediente azzeccato, e svolto all'ennesima
potenza un paio d'anni fa da Daniel Myrick e Eduardo Sanchez
(The Blair Witch Project (1999): ma teniamo presente
anche l'incipit di M, il mostro di Dusseldorf
(1931) di Fritz Lang), l'uomo - falena è
relegato accuratamente nel fuori campo; di lui
non abbiamo che proiezioni, immagini riflesse (racconti
terrificanti, disegni, disturbati effetti sonori).
In compenso, vediamo e percepiamo tutto ciò che aleggia intorno al misterioso essere: echi, improvvisi palpiti, fruscii, luci rossastre o accecanti; avvertiamo la sua presenza, grazie a una tecnica registica che sa fare abile e frequente uso di ampie carrellate aeree (oppure in avanti, rapidissime, per poi arrestarsi bruscamente proprio alle spalle degli attori), semisoggettive e dissolvenze, per materializzare (ma non troppo) un'inquietudine in grado di valicare le barriere spazio - temporali. La fotografia scura, crepuscolare, insieme all'ambientazione geografica (gli spogli dintorni di Pittsburgh, Pennsylvania, dove sono state effettuate le riprese) e stagionale (inverno), contribuiscono ad accrescere la sensazione di straniamento di John e dello spettatore.
Mark Pellington, esperto in videoclip
(per Pearl Jam e U2), ha già dato buona prova di
sé in Arlington Road (1998): qui, però,
siamo molto lontani da quella tensione e perfidia, così
come dalla irritante atmosfera de Il sesto senso.
Pare esserci qualche irresolutezza nella sceneggiatura,
per esempio non si capisce bene chi sia in realtà
Indrid Cold, l'uomo - falena: così
descritto appare un curioso ibrido fra un alieno, una
divinità infernale, un'anima tormentata per l'eternità,
in grado di prevedere (e anche di provocare?) catastrofi;
viene in mente Il tocco della medusa (1978) di
Jack Gold, ma lì il profeta di sventure era un
uomo in carne e ossa, il terribile, mefistofelico Morlar
di Richard Burton.
Nel finale, poi, Gere diventa un po' troppo eroico, mentre la scena del crollo del ponte tra Point Pleasant e Gallipolis è eccessivamente sfarzosa e magniloquente.
Ma anche questo è Hollywood.
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