Le bionde insanguinate - Alfred Hitchcock, Brian de Palma, Walerian Borowczyk alla scoperta della sensualità filmica
di Enrico Ruffato
Alfred Hitchcock ha scritto molte pagine della storia del cinema, Brian de Palma si è dedicato ad una personalissima riscoperta del maestro inglese, divenendo un regista borderline, odiato e amato in ugual misura dal pubblico, e Walerian Borowczyk si è immerso nelle profondità dello scandalo. Ma cosa accomuna, oltre al semplice citazionismo, i film di questi tre cineasti? Forse, l'amore per la vertigine dei sensi e la volontà di mostrare l'orrore che abita i vuoti della sessualità. Per loro l'essere umano vive di bianco e di nero, del fascino dei gemelli, della consapevolezza dell'orlo dell'abisso. Chi si nasconde in questo universo oscuro, visitabile solo a proprio rischio e pericolo? Un corpo, un volto. Da amare e al contempo da temere, da distruggere, per poterlo finalmente dominare. Forse, associato a questo corpo, si nasconde un colore. L'abbandono necrofilo de La donna che visse due volte (Vertigo, 1958), la doppiezza sessuale di Psycho (1960), il sangue metaforicamente mestruale che ricopre Carrie (1976), e lo stupro onirico messo in scena ne La Bestia (1975) disegnano una linea rossa (di sangue, forse) che congiunge lo sguardo (impietoso, ironico, sadico) dei tre registi. E, in questo turbinare di discesa e morte, caduta e perdita della razionalità, chi ricopre il ruolo di vittima sacrificale? Le bionde. Le stesse donne bionde che gli uomini preferivano, se si trattava di Marilyn Monroe, qui divengono corpo e sangue, oggetti dilaniati dalla furia di colui che le desidera. Immagine doppia e speculare del desiderio "sano", fatto di carne, mente, fantasia e concretezza, le bionde divengono un'idea, così angelica da andare temuta, così deformata da essere moltiplicata in una varietà infinita di rifrazioni. Alfred Hitchcock trovava sexy le donne dai capelli color del grano per motivi antiromantici, per la loro apparente ritrosia, per i loro sensi che ribollivano sotto le camicette immacolate e gli occhiali pence-nez. E così, sullo schermo appaiono Tippi Hedren, una Marnie traumatizzata dal colore rosso (che all'inizio del film è mora), Kim Novak, donna-bionda-morta che torna viva, Janet Leight, ladra sensuale che viene massacrata in una doccia in bianco e nero; dove il sangue, pur grigio, scorre copioso. Nell' universo del desiderio popolato da figure non mostruose, ma così sensuali da risultare incomprensibili agli occhi del maschio, le nuove Lilith (demone - vampiro femminile) di celluloide si vestono di criniere bionde e di carni squarciate, e divengono protagoniste anche della cinematografia di Brian De Palma. A cominciare dalla musa Nancy Allen, crudele, sadica ninfomane che versa del sangue di maiale sulla testa di Carrie, per poi esserne accomunata ( il fidanzato Billy – John Travolta- vorrebbe che quel secchio ematico fosse destinato a lei). A questa spietata teen ager segue la piacente Angie Dickinson, in Dressed to kill (1980), la quale diviene la protagonista di un efferato assassinio in ascensore, dopo una spossante, e potenzialmente mortale, sequenza di desiderio nella doccia (di nuovo Psycho), e la scoperta di aver contratto una malattia venerea. Il suo assassino indossa una parrucca bionda e vuole eliminare quella bionda reale; e lo fa, aiutato dalla regia di De Palma, la quale "tratta i materiali bassi – sangue e pelle – con gusto barocco" (Paolo Mereghetti). Il corpo sanguinante delle bionde diverrà poi, ancora più lucidamente, oggetto di sdoppiamento in Body Double (1984), in cui la pornoattrice Holly Body (Melanie Griffith) presta la sua immagine senza sapere che essa sarà lo strumento per giungere alla morte di un'altra donna (una mora – di cui non vediamo l'assassinio, ma, significativamente, solo l'arma insanguinata sporgere dal soffitto). La stessa doppiezza sarà svelata durante i titoli di coda, in cui, con l'uso di una spiritosa metafora cinematografica, vedremo il sangue di un'attrice bionda, morsa da un finto vampiro, scorrere sul seno di una controfigura.
La doppiezza del desiderio e del corpo delle bionde è anche, qualche anno prima e con scelte stilistiche differenti, una delle ossessioni erotiche di Walerian Borowczyk. Il cantore della bellezza muliebre, il "Pasolini etero" presenta degli inquietanti punti di contatto con la visione erotica dei due registi sopraccitati. L'episodio Erszebet Bathory ne I racconti immorali (1974) ne è forse l'esempio più chiaro e significativo. Gli occhi ardenti della contessa dai capelli neri (Paloma Picasso) scrutano, esaminano, desiderano le contadine bionde. L'alterigia e la glacialità della nobildonna, una volta nel suo castello, contrasta con la volgarità e la carnalità delle sue nuove ancelle. I corpi nudi delle ragazze affollano lo schermo, riempiono i vuoti, circondano la contessa riccamente vestita di perle e diamanti. Questi corpi però d'un tratto scompaiono alla vista. Non vediamo, ma sappiamo che sono morti. Di nuovo non è l'atto, non è la violenza, ma è il sangue ad essere importante per il libertino, per il pazzo, per l'uomo (o la donna) colmo di desiderio. Lo stesso sangue che appare nella sequenza successiva, così copioso da riempire una vasca da bagno, nella quale Erszebet si immerge soddisfatta. Ha ottenuto ciò che voleva. Le bionde hanno dato quanto di meglio avevano da offrire al mantenimento del corpo della bestia. E proprio la Bestia sarà l'officiante del sacrificio nel film omonimo (1975); animale istintuale, libertino boschivo che uccide l'agnellino (animale sacrificale) della marchesa dai capelli dorati, per poi inseguirla e violentarla. Ne la Bestia però la marchesa non è una donna, e la Bestia non è un animale. Sono il sogno, inquieto, febbrile, di una americana bionda, che vive l'incubo erotico del sacrificio, dello stupro onirico, della paura dell'imeneo sdoppiandosi in due figure alternativamente carnefici e vittime, bionde e more, sanguinarie e sanguinanti. Il percorso è giunto alla fine. Nessuna violenza reale. Solo un doppio sogno.
Le donne bionde popolano così, per questi registi, sogni, incubi, desideri, terrori e ossessioni che si incarnano in tre visioni non maschiliste, ma vertiginose, desideranti e simboliche. Antiromantiche, libertine, psicoanalitiche. Così squisitamente cinematografiche.