Una notte al museo
di Roberto Castrogiovanni
Che il film di Shaw Levy sia poca cosa è faccenda parecchio scontata, talmente autoevidente che non vale a nulla elencarne le mostruose deficienze e le trovate deficienti (principalmente tutte imputabili al regista Levy, totalmente privo di verve, creatività e gusto estetico, che l'anno precedente aveva già fatto scempio del mito della Pantera rosa). Neanche la bravura di Stiller (provateci voi a recitare in mezzo a scimmie, manichini e dinosauri in computer grafica) e dei suoi comprimari (su tutti Owen Wilson in una deliziosa "particina-ina-ina") riesce a salvare una narrazione costituzionalmente fiacca, che non ci risparmia neppure l'edutainment forzato e la sdolcineria familiare più conservatrice.
Ma, mettendo per un momento da parte tutto questo, è tuttavia innegabile che Una notte al museo, certamente a un livello sintomatico e vorrei dire quasi subcosciente, abbia il pregio di mettere in luce una serie di tendenze del blockbuster contemporaneo.
Credo che non ci siano dubbi sul fatto che tutto il film sia una gigantesca e baracconesca metafora metacinematografica. Ogni attrazione del museo è uno specifico archetipo dei generi spettacolari della Hollywood classica (a partire, appunto, dai cosiddetti spectaculars degli anni Cinquanta), che prendono vita durante la notte (ovvero quando "cala il buio in sala"). L'immagine che inaugura il film è emblematica: la facciata del museo di storia naturale è inquadrata in maniera prospettica e scintilla proprio come i loghi storici delle major, in particolare quello della Twenty Century Fox che gli spettatori hanno visto appena qualche secondo prima. Si tratta di un vero e proprio titolo diegetico di secondo grado, con lo scopo di annunciarci che il film nel film sta per cominciare.
Le portentose virtù magiche del museo fanno letteralmente "resuscitare" vecchi filoni cinematografici, alcuni ormai abbandonati o in declino: western (il diorama dei cowboy), kolossal e peplum (le miniature dell'esercito romano), dramma storico (Cristoforo Colombo e Gengis Khan), affresco storico-patriottico (Teddy Rooswelt e Sacajawea), horror classico (la mummia), esotico (la giungla africana, la testa dell'isola di Pasqua) e fantastico con mostri giganti (lo scheletro di T-Rex che è naturalmente anche un omaggio diretto al primo blockbuster dell'era digitale, Jurassic Park).
Il fatto, poi, che due generi "spaziosi" e grandiosi come western e kolossal, all'epoca del Cinemascope i più apprezzati e diffusi, siano adesso rimpiccioliti e ridotti all'impotenza è senz'altro un'intuizione brillante (anche se i due "soldatini" dimostreranno nel corso del film di essere particolarmente resistenti e alla fine esclameranno: "Non ci si libera di noi tanto facilmente!").
Come se non bastasse, a svolgere una funzione quasi testamentaria, figurano perfino vere e proprie "testimonianze viventi" di quell'epoca, quali Dick Van Dyke ("invecchiare non è divertente", dichiara inequivocabilmente) e l'"highlander" Mickey Rooney (classe 1920).
Ecco che forse anche il fastidioso messaggio educativo, il "più si sa del passato, più si sa del futuro", acquista una connotazione autoriflessiva. La Hollywood di oggi, per uscire dalla crisi identitaria e creativa che la perseguita, dovrebbe volgersi ai fasti del passato, tentando di rinnovarli e "rivivificarli". Ma, a ben guardare, i personaggi che popolano il film rimangono costituzionalmente manichini, spettri del passato, "mummie da museo" appunto, suggestioni senza vita che non sono più in grado di emozionare lo smaliziato spettatore contemporaneo (il museo di storia naturale, infatti, è sull'orlo del fallimento perché le nuove generazioni preferiscono la PlayStation agli animali imbalsamati e alle statue di cera).
Quando, di notte, questi fantasmi di celluloide tornano in vita lo fanno nell'unico modo che è ancora possibile, quello del blockbuster dell'era postmoderna. Ultimamente il termine "postmoderno" è ormai divenuto un lemma-cloaca vuoto e inflazionato, ma in questo caso non potrebbe trovarsi aggettivo più esatto per descrivere quanto accade in Una notte al museo: in quale altro modo definire un cowboy e un milite romano che corrono insieme su un'auto sportiva (che, fra l'altro, rimanda intertestualmente allo Starsky & Hutch della premiata coppia Stiller-Wilson)? Tutte le attrazioni si confondono e si mescolano in un magma anarchico che disintegra le distanze spazio-temporali e rende semplicemente priva di senso la nozione di coerenza. Mentre il museo come istituzione storica ha l'obiettivo di classificare e contestualizzare il sapere (e lo faceva in una certa misura anche la vecchia Hollywood intrattenitrice), questa sorta di nuovo parco giochi high tech fa dell'ibridazione e della fusione degli opposti non razionalizzata né mediata la sua ragion d'essere. Viene da pensare a quanto Alberto Abruzzese diceva a proposito della scena del Batman di Tim Burton in cui il Joker invade lo spazio razionale del museo: "La sequenza filmica che propongo ci mostra il delirante volto di Joker durante una sua incursione nello spazio della tradizione artistica e dell'esperienza educativa, i luoghi in cui gli artefatti umani si fanno monumento e la loro catalogazione ed esposizione si fa memoria e trasmissione del sapere: il museo. Il grande cinema […] enumera una lunga gamma di emblematiche situazioni in cui i 'demoni' della cultura di massa invadono e sconvolgono la razionalità sociale […]. In molti film dunque gli spazi tradizionali del sapere (teatri, biblioteche, scuole, ecc.) vengono sconvolte da fantasmi, mostri, bestie, assassini". Solo che il pubblico contemporaneo sta dalla parte dei mostri.
I visitatori del museo, infatti, sono contenti solo così: ritornano a far le file alle casse soltanto dopo aver visto gli uomini primitivi uscire per strada e aver scorto sull'asfalto innevato le impronte del Tyrannosaurus Rex (esattamente come nel film di Spielberg). Per farla breve, il museo by night di Levy è uno strano microcosmo in cui si riassumono e si sincretizzano tutti i caratteri dell'attuale high-concept movie, secondo la definizione di Justin Wyatt: implosione e mescolamento dei generi, cinema delle attrazioni derivato dai parchi di divertimento o da luoghi affini, emulazione della narratività videoludica. Stiller è un player, termine volutamente plurisemantico, che si trova catapultato dentro un videogame. Siccome perde le istruzioni che gli consentirebbero di vincere la partita, si documenta su Internet per trovare soluzioni alternative agli enigmi da risolvere: quasi sempre indovinelli elementari, del tipo "dai l'osso al dinosauro", che rimandano alle avventure grafiche di stampo classico.
Il film si conclude con un'immagine fiduciosa e ottimista: il pubblico adesso va al museo di storia naturale e si diverte. Ma siamo sicuri che questo stato di cose durerà a lungo? In fin dei conti si tratta pur sempre di manichini e cadaveri imbalsamati riesumati con la forza. Hollywood dovrebbe imparare a costruirsi nuovi miti (magari copiando dai nuovi media) anziché imbellettare vecchi zombie.