Steven Soderbergh: la poetica di un regista
senza poetica
di Umberto Ledda
Steven Soderbergh, statunitense classe
1963, è uno tra gli uomini di cinema più ambigui
e inafferrabili degli ultimi anni: non tanto, come avviene spesso,
per l'impenetrabilità della sua poetica, quanto piuttosto
per il rifiuto di piegarsi ad una poetica costante, leggibile,
compatta. Sempre in bilico fra cinema d'autore indipendente
e cinema di grande pubblico, ha però rivelato fin dall'inizio
la spiccata tendenza a confondere le carte anche nei lavori
indipendenti, in una fuga costante e spericolata dall'identità
anche come autore: una schizofrenia doppia, la cui regola aurea
stabilisce che ogni film debba contraddire il precedente. Quindi,
al minimalista ed americanissimo Sesso bugie e videotape
fa da contraltare il barocco ed europeo Delitti e segreti,
al divertissement da trecento milioni di dollari Ocean's
Eleven corrisponde la metanarrazione artistoide di Full
Frontal. Esemplare, poi, l'ultima coppia di lavori portata
a termine dal regista: nel 2005 esce Ocean's Twelve,
sequel del suo maggior successo commerciale, film la cui principale
difficoltà produttiva è stata ordinare i nomi
delle star in una giusta sequenza nei titoli di testa perché
nessuno si offendesse. Il lavoro successivo, Bubble,
è invece un progetto indipendente, un piccolo film con
attori non professionisti e di chiara impronta sociale, di stampo
prettamente televisivo e minimale: come se non bastasse, è
stato distribuito contemporaneamente nei cinema, in home video
e in televisione, alla faccia delle regole dell'incasso.
Eppure, la schizofrenia soderberghiana
è una questione troppo complessa per essere ridotta semplicemente
all'alternanza fra blockbuster e piccola produzione indipendente.
È anzi una vera e propria erranza tematica, contenutistica,
ideologica: basti vedere il contrasto fra due dei film più
emblematici di Soderbergh, Schizopolis (1997) e Out
of Sight (1998). Il primo è un film semisperimentale,
caotico, grottesco: se di trama si può parlare per un
lavoro come questo, la storia è quella di un ghost writer
che scopre il tradimento della moglie con un uomo identico a
lui, che però fa il dentista. Vagano nella pellicola
un derattizzatore maniaco e vari altri personaggi assurdi, raramente
forniti di motivazioni narrative. L'intento è smaccatamente
grottesco, il tono intellettuale e strutturalista, le linee
narrative si duplicano e si moltiplicano, il montaggio è
straniato secondo tutti i processi delle avanguardie che sono
passati per la mente a Soderbergh. Verso la metà del
film il protagonista si mette a parlare in giapponese, il suo
doppio in italiano, il suo triplo in francese; nello stesso
tempo il derattizzatore pazzo smette di essere personaggio e
inizia a rivolgersi solo più alla macchina da presa (perlopiù
insultandola). Un prodotto intricato, volutamente incomprensibile,
onanisticamente postmoderno, solipsistico ed elitario. Out
of Sight arriva pochi mesi dopo, è su commissione
ed è una commedia noir sobria e piuttosto classica al
servizio dei protagonisti, George Clooney e Jennifer Lopez:
appare chiaro come lo scarto fra i due film non sia solo produttivo
o tematico, ma decisamente più profondo, arrivando a
porre in interferenza diretta due etiche opposte del fare cinema,
quella dell'intellettuale oltranzista e senza compromessi e
quella dell'artigiano hollywoodiano di classe. Né si
possono definire questi due lavori come un caso isolato, perché
la filmografia soderberghiana elegge la continua ed esibita
contraddizione a motivazione ontologica. Un eclettismo sistematico
che lo ha portato dal cinema di denuncia al cinema demenziale
al noir al thriller al documentario al cinema sperimentale,
nel tentativo - riuscito a dir la verità - di far perdere
le tracce di sé, di rendersi una presenza fantasmatica
(per quanto ben attenta alle ragioni del botteghino) nel cinema
mondiale.
Nel delineare la personalità di
un autore tanto sfuggente, il primo grande ostacolo è
dato dal fatto che quasi tutte le costanti del suo cinema camaleontico,
le marche autoriali che fanno da esile denominatore comune,
sono rappresentati più da elementi formali che non contenutistici.
L'origine professionale di Soderbergh come montatore, lo porta
a creare strutture filmiche denotate dalla dissoluzione del
piano temporale in una frammentazione del continuum, che si
può riscontrare, a vari livelli, in quasi tutti i sui
film. Montaggio temporale sconnesso da complessi giochi di flashback,
duplicazione dei livelli diegetici, metalinguismo esasperato,
sono i suoi principali segni distintivi. E così, mentre
Sesso bugie e videotape moltiplica i piani del discorso
creando una linea metanarrativa che non interferisce con quella
narrativa, i film più sperimentali portano all'estremo
questa tendenza, in un proliferare impazzito di mondi e livelli:
Schizopolis costruisce il suo labirinto senza uscita
proprio attraverso questo procedimento di continuo sbaragliamento
della linearità, e ne L'inglese il tempo è
frammentato in maniera sistematica, rimontato e decomposto secondo
stilemi anche cinefili e quindi metanarrativi (i flashback di
Terence Stamp sono tratti da Poor Cow, di Ken Loach,
da lui stesso interpretato). La manipolazione del continuum
permane in varia misura anche nei film commerciali: e se un
film come Solaris appare motivato proprio dalla possibilità
di lavorare sulla confusione dei livelli di realtà e
immaginazione, passato e presente, in una pellicola piuttosto
tradizionale come Out of Sight il climax della seduzione
fra i due protagonisti è reso con un raffinato procedimento
di fuori sincrono fra audio e video.
Un'altra costante formale nel cinema soderberghiano
è la tendenza alla manipolazione estetica dell'immagine,
l'attenzione maniacale per la fotografia e i cromatismi. Solito
curare (sotto pseudonimo) anche la fotografia dei suoi film,
Soderbergh possiede uno spiccato gusto per l'immagine astratta
(si vedano certe sperimentazioni sul fuori fuoco in Full
Frontal) e per la connotazione cromatica delle immagini:
anche in questo caso, se la tendenza raggiunge il parossismo
in film sperimentali come Gray's Anatomy (inedito in
Italia, bizzarro ibrido di documentario e teatro di narrazione,
dove l'immagine è deformata ed esaltata da tutta una
serie di cialtronesche invenzioni visive), o chiaramente autoriali
come Delitti e segreti (il bianco e nero espressionista
e il cromatismo barocco e scenografico) risulta evidente anche
in opere mainstream come Traffic e Solaris. In
tutto questo lavoro sulla superficie dell'immagine e sulla struttura,
è chiaro come l'interesse di Soderbergh risieda solo
in minima parte nelle storie che racconta, che anzi risultano
spesso smaccatamente pretestuose: il suo formalismo esasperato
e compiaciuto rimane diegeticamente immotivato, Soderbergh pare
non curarsi di dare una motivazione narrativa alle sue sperimentazioni,
accontentandosi di esibire il tecnicismo, la bravura, di decorare
il vuoto. Né, d'altra parte, la sperimentazione sul medium
si trasforma in una riflessione su di esso. Godard utilizzava
la forma per portare alla luce le contraddizioni della messinscena,
il postmoderno pone l'accento sulle strutture per ridiscutere
il concetto di comunicazione. Il cinema di Soderbergh, invece,
è un cinema che non solleva interrogativi, che non muove
al pensiero, perché è costituito di una forma
che basta a sé stessa: Soderbergh guarda la superficie
dei problemi, li espone. Lungi dal risolverli, non prova nemmeno
ad approfondirli.
E forse proprio nel suo tentativo costante
di non dire, di non esprimere una visione comune, troppo smaccato
e troppo ironicamente esibito per essere inconsapevole, sta
forse qualcosa di paragonabile ad una poetica: Soderbergh è
il grande regista del vuoto, la sua carriera è una vera
e propria fuga dal concetto di autore come viene solitamente
concepito, cioè come occhio in grado di ordinare l'universo
e di dargli un senso. Soderbergh agisce, al contrario, per evitare
che il suo lavoro di regista possa fare trapelare una qualsiasi
visione del mondo. Non è un caso che l'unico elemento
tematico comune in quasi tutti i suoi film sia proprio la menzogna,
l'ambiguità e la non validità del dire e del pensare,
così come non è un caso che il suo primo lungometraggio
abbia il termine Lie, bugia, fin nel titolo, e che fra
l'altro sia una dichiarazione di sfiducia nel cinema. La non-poetica
soderberghiana è una critica irridente alla concezione
di autore come produttore di senso, un tentativo di comunicare
l'empasse linguistica del nostro cinema e della nostra epoca:
in un'epoca pregna di voci, la sua decide di non dire nulla
di preciso e di contraddirsi fino al corto circuito semiotico.
Soderbergh rimarca in maniera quasi parodistica il suo essere
un non autore, tenendo nel contempo ben presente quanto questo
suo porsi come creatore non comunicante sia anch'esso una forma
di comunicazione, e quindi di autorialità. Basta osservare
l'introduzione a Schizopolis, dove lui stesso compare
nei panni del filosofo eventualista cialtrone, preannunciando
agli spettatori un capolavoro, per vedere quanto questo complicato
inseguirsi di contraddizioni lo diverta. È una strana
concezione del cinema, che da una parte ne rivendica la natura
tecnico-artigianale (portando la critica al cinema come Arte),
dall'altra si pone su di un livello molto raffinato di fruizione:
l'opera di Soderbergh è significante nel suo farsi e
non nelle singole opere, la sua autorialità non sta nei
singoli film, ma nel fare determinati film in un determinato
modo, e comunque più nella totalità del corpus
che nel singolo elemento.
Eppure, una volta ammessa come lucidamente
perseguita la sostanziale disunità poetica del suo cinema,
viene alla luce un'altra ambiguità: se i suoi lavori
sono scostanti, di volta in volta volutamente asignificanti
(Schizopolis), allegramente onanistici (Ocean's Eleven
e la produzione hollywoodiana disimpegnata), assolutamente antiautoriali,
è altrettanto evidente un elemento di dipendenza dai
grandi autori del cinema europeo. Il suo è un cinema
con un albero genealogico che pare infinito, e non ne fa certo
mistero, risolvendosi spesso nelle forme del citazionismo cinefilo,
nel rifacimento e nell'omaggio: e così dietro a Delitti
e segreti sta il cinema espressionista, le avanguardie e
Terry Gilliam, dietro Piccolo grande Aaron sta Truffaut,
Schizopolis sembra Godard girato dai Monty Phyton, Solaris
è rifacimento tarkowskiano così come Torbide
ossessioni lo era di Siodmak, Resnais è il padre
della manipolazione del continuum narrativo, Pasolini viene
spesso citato (il personaggio di James Spader di Sesso, bugie
e videotape richiama, ad esempio, il protagonista di Teorema),
e così via. È quantomeno singolare per un regista
che ha sempre rifiutato di farsi vettore di una propria personale
visione del mondo. Eppure è proprio in questa insanabilità
delle contraddizioni che si può forse afferrare il tenore
della carriera di Steven Soderbergh: nella continua, assoluta,
inafferrabilità, nutrita di continui tradimenti a quanto
appena detto, appena fatto, appena pensato, pronta a sconfessare
successivamente anche prese di posizione già volutamente
contraddittorie. Ed è per questa sua anarchia radicale
ed eccentrica che, nonostante la riuscita quantomeno altalenante
dei suoi film (quello di Soderbegh rimane pur sempre un cinema
spesso più bello da raccontare che da vedere), è
impossibile non rimanere affascinati da una figura del genere,
scaltro manipolatore di pubblico e critica e nello stesso tempo
lucido sabotatore del medium.