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"Prima di immaginare 500 cavalli, un regista dovrebbe preoccuparsi di ritrarre personaggi coraggiosi che si sollevano contro l'invasore straniero descrivendo la lotta eroica in modo efficace"
Kim Jong-il, On the Art of the Cinema
Anatomia di un rapimento
In assenza di una documentazione audiovisiva adeguata si dovrà pure cominciare da qualche parte, magari partendo proprio da un aneddoto. Nel 1978 il cittadino con passaporto sud-coreano Shin Sang-ok viene prelevato a Hong-Kong e trasferito nella Repubblica Democratica Popolare di Corea per dare nuovo impulso all'industria cinematografica locale caratterizzata dalla proliferazione di drammi propagandistici – mai distribuiti in Occidente - come Sea of Blood (1969) e The Flower Girl (1972). L'insolito episodio di cronaca che descrive la permanenza forzata di un regista sudcoreano in "terra nemica" al servizio del governo di Pyongyang si pone agli antipodi rispetto alla parabola biografica del disertore James Dresnok che ha deciso di non tornare mai più negli Stati Uniti dopo aver violato nel 1962 il confine settentrionale di una zona demilitarizzata che separa le due Coree. L'incredibile vicenda dell'ex cittadino americano diventato pìu tardi un'icona del regime comunista è stata raccontata dalla voce narrante di Christian Slater nel documentario Crossing the Line[/] (2006) diretto dal regista britannico Daniel Gordon autore di una trilogia sul regime nordcoreano cominciata con il documentario sportivo The Game of Their Lives (2002) e proseguita idealmente con A State of Mind (2004) che descrive la vita di due giovani ginnaste impegnate nella preparazione atletica in vista delle spettacolari coreagrafie di massa organizzate periodicamente dal governo autoritario di Kim Jong-il<1>.
L'eco-mostro della propaganda
Ma torniamo all'avventura rocambolesca di Shin Sang-ok. Il regista che sarà conosciuto più tardi con lo pseudonimo di Simon Sheen, lascerà al cinema nord-coreano sette pellicole prima di trovare asilo negli Stati Uniti dove proseguirà la sua sfortunata carriera<2>. Tra i frutti filmici di questa extraordinary rendition figura anche Pulgasari (1985), probabilmente la pellicola nord-coreana più conosciuta in campo internazionale. Distribuito in Corea del Sud soltanto dieci anni dopo l'uscita nelle sale autoctone, il film non è altro che un kaiju eiga smaccatamente ideologico che segue con un trentennio di ritardo l'onda di riflusso innescata dallo storico Gojira (1954). Se il mostro di Ishiro Honda era riuscito a concretizzare sullo schermo le possibili conseguenze dell'amore per le armi atomiche - le stesse che oggi allarmano nella realtà la comunità internazionale sugli esperimenti nucleari di Pyongyang – "Pulgasari" nato da una palla di riso modellata dalle mani di un vecchio fabbro, guiderà la rivolta dei contadini contro l'ingenuo spauracchio del capitalismo rappresentato dal governatore corrotto trionfalmente rovesciato dal modellino di un eco-mostro più virtuoso dell'illuminato e mai raggiunto Gargantua rabelesiano.
Un cinema (de)genere
L'ipotesi che il cinema nordcoreano degli anni ottanta tenti di rimescolare le proprie carte con il cinema (de)genere non solo per veicolare l'ideologia post-marxista dello "Juche" (letteralmente "soggetto principale" oppure "spirito di auto-realizzazione"), ma anche per diversificare le forme cinematografiche del realismo socialista autoctono avvicinandolo ad un pubblico più giovane, trova conferma se si considera l'action movie Hong Kil Dong (1986), forse l'unico titolo nordcoreano che ha beneficiato di una distribuzione (est)europea (IMDB ha riportato il commento entusiasta di un utente che ha racccontato del successo del film nelle sale bulgare). Dopo aver pescato nel cinema nipponico di genere per Pulgasari questa volta i produttori statali si sono rivolti alla Cina dei wuxiapan di King Hu: nonostante alcune grossolanità visive nelle riprese dei combattimenti in wire work, il film è discreto ed i metri di stoffa utilizzati per cucire i costumi delle comparse non sono stati sprecati. Non si può tralasciare che la leggenda medievale del principe-guerriero Hong Kil Dong abbia inspirato negli anni sessanta ai produttori sud-coreani la realizzazione di una serie televisiva d'animazione che ha goduto di un grande successo nelle case di Seoul
"Realizzate più cartoni animati"
Ed è proprio nel settore del cinema d'animazione che il 15 agosto 2005 si è consumato un episodio storico per il "cinema delle due Coree" con l'uscita in contemporanea nei due stati della co-produzione ghiblesca Empress Chung realizzata dallo studio sudcoreano Akom Productions diretto da Nelson Shin e responsabile dell'animazione di alcuni prodotti di grande successo come le prime due serie di The Simpsons nonché di alcuni episodi della prima generazione del cartone animato nippo-americano The Transformers. Oltre a gettare uno spiraglio luce sulla possibilità di cooperazione culturale tra i due paesi in attesa di un disgelo politico, questo scavalcamento di campo sul confine ideologico e culturale del 38mo parallelo ha confermato la forte vocazione dell'industria cinematografica nazionale per i cartoni animati realizzati da una manodopera che si è formata nelle università della capitale prima di trovare un impiego presso gli studios d'animazione della SEK (la Kim Chaek Technology University per esempio, ha attivato da diversi anni un corso specialistico in animazione 3D<3>. Sulle pareti esterne del Museo Rivoluzionario del Ministero della cultura, un mastondontico cartello di propaganda esorta la maestranze cinematografiche ad impegnarsi nella realizzazione di nuovi prodotti d'animazione<4>.
Il realismo autonomo
Rispetto alla tradizione cinematografica della cina continentale che rappresentata insieme a quella nordcoreana una delle maggiori declinazioni del realismo socialista asiatico - definito da Antoine Coppola "un realismo privo di qualunque riferimento alla realtà"<5> – negli ultimi trent'anni, il cinema di Pyonyang sotto la spinta ideologica del cosiddetto "realismo autonomo"<6> non ha comunque rinunciato a tematizzare la realtà sociale del paese, laddove il cinema cinese avrebbe dovuto aspettare l'esordio dei nuovi documentaristi e l'ascesa dei cosiddetti registi della "sesta generazione" per fare i conti con il proprio presente e riflettere sulla cesura storica e culturale di Piazza Tienanmen<7>. "Se l'uomo coreano è autonomo alla base, il potere statale sarà autonomo sulla cima", ecco allora che le ultime pellicole prodotte dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea sono state realizzate all'insegna di una strategia di détournement dalle convenzioni del melodramma popolare per esaltare lo spirito di sacrificio di una popolazione falcidiata a partire dal '95 da una grave carestia che ha messo in ginocchio l'intero paese. Non dovrebbe stupire, il fatto che la sinossi del film Forever in My Memory (1999) diretto da Kang Jung-mo descrive la resistenza "eroica" di una comunità rurale impegnata a fermare una castatrofe naturale: alla fine i contadini formando uno scudo umano riusciranno a respingere con un "miracolo" le onde del maremoto che minaccia il raccolto del villaggio<8> stremato dala fame.
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Lo scorso anno "Variety" ha riportato la notizia che il distributore francese Pretty Pictures avrebbe acquistato i diritti dal governo nordcoreano per distribuire The Schoolgirl's Diary, un film giovanilistico di Jang In-hak<9>. Si tratta dell'ennesimo episodio di cronaca per lo sguardo occidentale, costretto ad accumulare aneddoti per abbozzare la (mi)cronistoria di una cinematografia ancora sconosciuta.
Note
<1> Il leader nordcoreano è anche autore di un trattato ideologico sul medium cinematografico. Tradotto in inglese con il titolo On the Art of the Cinema, lo scritto dai forti contenuti ideologici è uscito a Pyongyang nel 1973 quando Kim Jong-il aveva assunto ufficialmente la carica di "Segretario del Partito per la Propaganda".
<2> J. Gorenfeld, The producer from hell, "The Guardian", 13 aprile 2003
in http://film.guardian.co.uk/features/featurepages/0,4120,929182,00.html
<3> A. Foster-Carter, Pyongyang Watch. Axis of ... cute?, "Asia Times Online", 13 novembre 2002 in http://www.atimes.com/atimes/Korea/DK13Dg03.html
<4> Ibid.[i/]
<5> A. Coppola, Le cinéma asiatique, Paris, L'Harmattan 2004, p.94
<6> Ibid., p. 92
<7> Cfr. B. Reyneaud., Nouvelles Chines nouveaux cinémas, Paris, Cahiers du Cinema 1999, pp. 85-86; Sulla rimozione temporanea in campo cinematografico dei fatti di Tienanmen, si veda anche Frodon Jean-Michel, Le cinéma chinois, Paris, Cahiers Du Cinema 2006
<8> A.Coppola, Le cinéma asiatique; op. cit. p.93
<9> P. Frater, Pretty walks 'Line' to win pic rights, "Variety", 3 novembre 2006 in http:// www.variety.com
Bibliografa consultata
- Burke J., Cinematic bombshell from Kim, "The Observer", 22 ottobre 2006 in http://observer.guardian.co.uk/world/story/0,,1928365,00.html agg. 2007
- Coppola A., Le cinéma sudcoréen du confucianisme à l'avant-guarde, Paris, L'Harmattan, 1996
- Coppola A., Le cinéma asiatique, Paris, L'Harmattan 2004
- Foster-Carter A., Pyongyang Watch. Axis of ... cute?,"Asia Times Online", 13 novembre 2002 in http://www.atimes.com/atimes/Korea/DK13Dg03.html agg. 2007
- Frater. P., Pretty walks 'Line' to win pic rights, "Variety", 3 novembre 2006 in http:// www.variety.com agg. 2007
- Frodon J.-M., Le cinéma chinois, Paris, Cahiers Du Cinema 2006
- Gorenfeld J., The producer from hell, "The Guardian", 13 aprile 2003
in http://film.guardian.co.uk/features/featurepages/0,4120,929182,00.html agg. 2007
- Kim Jong-il (1973), On the Art of the Cinema, Pyongyang, Foreign Languages Publishing House, 1989
- Reyneaud B., Nouvelles Chines nouveaux cinémas, Paris, Cahiers du Cinema 1999
- Savage T., The People's Cinema, "Korean Film", 23 dicembre 2000
in http://www.koreanfilm.org/nkcinema.html agg. 2007
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