Bruno Dumont
Twentynine Palms: ovvero del "nullificante" orrore
di Valerio Sammarco
Presentato in concorso alla 60° Mostra di Venezia, l'ultimo lavoro di Dumont è stato accolto per lo più con la fuga: a metà della proiezione per la critica gran parte degli spettatori aveva già abbandonato la sala. Etichettato frettolosamente come inutile, lento e pretenzioso, questo del regista francese è un film che, quantomeno, può far discutere. Infastidire.
Le premesse muovono lo spettatore in un terrificante nulla, fatto di una quotidianità che diviene linguaggio cinematografico sgrammaticato, resa estrema dalle avvolgenti e fagocitanti atmosfere desertiche di Joshua Tree, scenario che finisce per diventare corpo unico con quello dei due protagonisti, David e Katia, lui fotografo in cerca di location, lei la sua amante. E proprio il loro amore, altalena di scopate al limite unione quasi disperata e violenta, con gli orgasmi di lui resi in modo tanto esagerato quanto ridicolo (Dumont non disdegna di mostrare anche una penetrazione, ma non è una novità...) e di incomprensioni continue (lui parla inglese, lei francese) sfocianti anche in furibonde liti, servono ancora di più a creare quel mistificante senso di vuoto, specchio deformante di ogni vita, iperbole di un concetto quello del rapporto di coppia che i silenzi o gli scarsi, a volte stupidi dialoghi sottolineano in maniera sin troppo realistica.
L'assoluta inesistenza di colonna sonora, falla tamponata dall'assillante presenza dell'unica canzone che i due ascoltano in macchina, è l'ulteriore conferma di voler rendere tangibile, quasi ossessionando, la volontà di affermazione di un "reale" che travalica lo schermo per divenire irreale, esperimento che i (non) attori David Wissak e Katia Golubeva riescono a ben sostenere, davvero efficaci nella loro scelta di recitare senza copione.
Il riproporre in continuazione gli interminabili sopralluoghi, con il protagonista sempre senza macchina fotografica, sembra la metafora più significativa di tanto, ben strutturato, nulla: il silenzio, il rumore del vento arido, investono l'osservatore sul campo che si serve dello sguardo altrui (quello dello spettatore) come strumento di testimonianza, per forza di cose freddo e distaccato. L'istantanea sulla realtà, pertanto, è operazione che spetta non a chi effettivamente prova a contemplarla (e i nudi corpi sulle rocce bollenti ben lo dimostrano), ma a chi assiste, da fermo, a questo tentativo.
Accompagnando dunque la visione a farsi "sfida", Dumont sembra voler chiamare il fruitore ad un duello neanche troppo sottile, irretendolo e sballottandolo, stancandolo e nauseandolo per tutto il corso della non-narrazione con azioni e luoghi che ridondando perdono d'apparente efficacia, sferrandogli il colpo di grazia con l'imprevedibile, terribile scelta che conduce ad un finale tanto cruento e inaspettato da impedirne, alle prime, la comprensione. La sottile, latente "violenza" della quotidianità spazzata via da un efferato gesto di (stavolta non più ordinaria) follia: il corpo nudo di lui, violentato, carponi nel debordante desertico silenzio, sottoposto al forzato sguardo di lei, altro non potrà più anelare se non al definitivo, completo annientamento reciproco. Non desti sorpresa o repulsione, dunque, il colpo di coda ancor più truce di David: si consideri piuttosto come il più nobile ed estremo slancio d'amore, atto a decretare la fine di due vite, sì, ma figlio di un corpo/mente disperato, incapace di continuare a non-vivere sotto il peso del lancinante, tumefatto ricordo.
Ben fotografato da Georges Lechaptois, aiutato non poco dal contesto naturale e da luci quasi epiche, ciò che in Twentynine Palms Dumont vuole esplorare è la paura dell'uomo in un contesto che non concede punti di demarcazione: la sua visione europea del deserto sembra in superficie accarezzare l'onirico afflato del nostro Antonioni (sin troppo abusati, da talune critiche, i facili parallelismi a Zabriskie Point), per poi discostarsene con vigore e scoprire l'orrore di una solitudine senza sbocchi: nella sequenza finale la macchina da presa si allontana lentamente, un poliziotto comunica con la centrale, l'auto immobile di David con la portiera aperta e, più in là, un uomo nudo senza vita riverso a terra, unito per sempre a ciò che avrebbe voluto immortalare.
Una pellicola disturbante, amorfa e forse inutile, tanto noiosa quanto conturbante, da prendere o lasciare, senza mezzi termini
TWENTYNINE PALMS
(Francia, Germania, 2003)
Regia
Bruno Dumont
Sceneggiatura
Bruno Dumont
Montaggio
Dominique Petrot
Fotografia
Georges Lechaptois
Durata
119 min