Melancholia, il "mondo originario" del desiderio

Personal Infos
Name: 
Jallin
First Name: 
Nicole
Category: 
review
Language: 
Italian
Melancholia, il "mondo originario" del desiderio

C’è chi definisce la malinconia come infelicità. Chi, come Freud, la identifica come “inibizione che culmina nell’attesa di una punizione”; chi, come Hugo, la ritiene semplice “gioia di sentirsi tristi”. E poi c’è chi, come Lars Von Trier (LVT) non usa parole (censure, direbbe Metz) e neppure definizioni. Preferisce l’immediatezza e l’asprezza delle immagini. Perché Melancholia non si può definire. Si vive. E le immagini sono rappresentazione diretta delle emozioni profonde, dei sentimenti veri e della realtà cruda e crudele che racchiude questo mondo.

La grandezza di Melancholia non è quindi misurabile con il telescopio ma solo con lo sguardo nudo, guidato dal cerchio fatto di fil di ferro che “si punta direttamente sul cuore” nostro (non a caso LVT usa la soggettiva) e dei personaggi. Questo è il messaggio che il regista invia allo spettatore, questo è il germe del film: emozioni da vivere sulla propria pelle. LVT, attraverso la regia e la fotografia (l’uso della macchina da presa a mano e l’effetto “plastico” delle immagini), e l’uso degli spazi (i campi lunghi del giardino che richiamano alla “staticità” de L’anno scorso a Marienbad), provoca un senso di turbamento sempre maggiore. E più il pianeta si avvicina più entriamo nella mente di Justine, “toccando con gli occhi” le sue ansie, i suoi desideri e la ricerca di una verità pura e fredda. L’angoscia che LVT trasmette sembra provenire direttamente dal salotto buñueliano de L’angelo sterminatore (l’unità di luogo amplifica in entrambi i film l’ansia). Il salotto, proprio come Melancholia, non è altro che un mondo originario (citiamo ancora Deleuze) agitato dalle passioni primarie e animalesche che corruzione e falsità umana cercano invano di nascondere. Infatti, la realtà è troppo forte e troppo grande (dieci volte le dimensioni della Terra!) per essere celata. L’impatto è inevitabile. Claire è terrorizzata, Justine invece è incantata (come una bambina) da quella luce di azzurra serenità perché riflette il suo stesso corpo e il suo desiderio. “Justine non ha nulla da perdere” ripete LVT, al contrario delle persone "normali" che accettano come autentiche le imposizioni della ritualità. Questa è la presa di coscienza degli invitati alto-borghesi della villa buñueliana, di Justine, di Claire, di John e dell’umanità, spettatori compresi. Questa è la verità che si avvicina fino a divorare, come sottolinea LVT, il nostro pianeta. E ognuno deve scegliere se accettarla e attendere la fine dentro una fragile ma autentica “grotta magica” fatta di rami, oppure rifugiarsi nella menzogna di una sontuosa villa, o ancora tentare un'assurda fuga e “sprofondare” lentamente in se stessi. Lentamente, ripetiamolo. Perché lento è il tempo (tanto da rischiare di fermarsi) della narrazione, e LVT lo sa bene. Infatti, carica la storia di lunghe attese (si pensi al prologo) che però non annoiano, anzi creano un’attesa estenuante nello spettatore.  

Il film, per quanto crudele e graffiante, non è affatto deprimente né pessimista, ma piuttosto illuminante e rivelatore. L’atmosfera e la luminosità di Melancholia splende fuori dalla Terra e dentro il nostro cuore e permette, non a tutti però, solo a chi è in grado di vederlo, di capire il senso vero della vita. Ma è necessario andare oltre la superficie, “plastica” e vuota, scavare per estrarne il “contenuto latente”, l’emozione, la realtà. Scavare fino a giungere all’essenzialità della “grotta magica”. Questo è giusto fare ed è ciò che avvicina alla fine (in fondo c’è un happy end!) le due donne e il piccolo Leo, uniti con lo spettatore di fronte a Melancholia.