FANTASMI A OCCIDENTE III / EXTRA
Safe
di Rita Rossella

Safe è l’opera seconda, la prima distribuita in Italia, del regista indipendente americano Todd Haynes, che ne è anche sceneggiatore. Datato 1995, il film sembra per molti aspetti il precursore di Lontano dal Paradiso, l’apprezzata opera che ha fatto conoscere Haynes a un pubblico più vasto subito dopo la Mostra del Cinema di Venezia del 2002. E tra Lontano dal Paradiso e Safe ci sono diversi punti di contatto, a cominciare dalla grandiosa protagonista, una pallida e abbandonata Julianne Moore, premiata proprio a Venezia come miglior attrice protagonista.

In Safe Julianne Moore interpreta Carol, donna benestante che vive con il marito nell’assolata San Fernando Valley, occupandosi solo del giardino e dell’arredamento della sua bella casa.
Le uniche altre preoccupazioni che ha sono il colore dei nuovi divani che ha ordinato, l’aerobica e le amiche.
Ma è solo apparenza, perché quello che invece presto traspare è una strana, immobile mancanza nella vita di Carol. Cieli plumbei e ambienti ampi e impeccabili, tutto è così perfetto da essere completamente impersonale. Manca quasi completamente il vero “contatto” umano, parole e dialoghi sono privi di spessore e interesse e - nella regia di Todd Haynes - spesso a parlare sono persone lontane, “staccate”, divise da muri o distanze. Poi qualcosa all’improvviso cambia e la vita di Carol diventa un sottile incubo. Gli esperti la chiamano allergia al ventesimo secolo, o malattia ambientale.
Lo specchio di quella stessa estraneità di cui soffre la Cathy di Lontano dal Paradiso, casalinga modello degli anni Cinquanta che si scopre così lontana e spaventata dal “sentire” della sua epoca e così impreparata ad affrontare le conseguenze di questo suo profondo malessere.

In un’atmosfera a metà tra Cronenberg e David Lynch, mentre sullo sfondo televisori e radio parlano di malati terminali, disastri ecologici e violenza il corpo di Carol comincia a rifiutare tutto ciò che la modernità produce, dai profumi ai tessuti, a qualsiasi sostanza chimica. Il suo mondo le provoca sofferenza, le manca l’aria, si sente soffocare e non può fare altro che fuggire.

Tra la scoperta del malessere e le scelte che Carol compie sperando in una guarigione il film cambia registro e, dai modi e dai toni vicini all’horror che si nasconde dietro una provinciale normalità, si trasforma in un documentario ambiguo sulle medicine alternative, che pretendono, curando l’anima, di curare anche il corpo, che fanno di un’idea quasi una fede, sottomessa a rigide regole, in bilico sul confine con il fanatismo religioso.

Tra pazienti che recitano slogan e trascinano bombole d’ossigeno, Carol si rinchiude progressivamente in un centro isolato e lontano dalla civiltà e finisce per compiere una scelta estrema e inquietante, segnata da una strana figura che appare e scompare tra gli ospiti della comunità e da un misterioso involucro completamente asettico.

Haynes non prende nei confronti dello spettatore posizioni univoche, non esprime alcun giudizio, la sua regia tiene a distanza tutti i personaggi. Eccetto Carol.
Chi guarda è quindi lentamente portato a identificarsi con lei e allo stesso tempo comincia a sentire inesorabilmente il desiderio di staccarsi, perché Carol svela e rivela gli aspetti più inquietanti del XX secolo, ma il limite tra la follia e la piena consapevolezza si fa quanto mai sottile.
Dentro lo sguardo di Carol manca l’aria, ma è difficile fuggire da quello stato catatonico in cui, nel finale, ci si ritrova angosciosamente (e letteralmente) rinchiusi.