Entrando nel mondo di Adriana, la protagonista di Io la conoscevo
bene, dopo pochi minuti sembra già di conoscere il
personaggio alla perfezione. Basta osservarla mentre prende
il sole o intona una canzonetta, è sufficiente vedere
come passa da un lavoro e da un uomo all’altro –
la stessa facilità con cui cambia d’abito e d’acconciatura.
Adriana Astarelli è una delle tante ragazze che negli
anni ‘60 arrivano a Roma attirate dal mito della Hollywood
sul Tevere e finiscono per vivere ai margini del mondo dello
spettacolo. Ha una bellezza folgorante – lo straordinario
volto le è prestato da una Stefania Sandrelli diciannovenne,
alla sua prima prova da protagonista – e un carattere
frivolo e remissivo che la porta a vivere esperienze mediocri
e umilianti con leggerezza, senza drammi.
Uno scrittore, l’ennesimo uomo col quale ha una fugace
relazione, traccia una spietata radiografia di questa giovane
donna: “Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia,
come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni: zero; morale:
nessuna, neppure quella dei soldi, perché non è
nemmeno una puttana. Prendere il sole, sentire i dischi e
ballare sono le sue uniche attività, per il resto è
volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi
e brevi, non importa con chi. Con se stessa mai.”
Nella primavera del 1961, il regista e sceneggiatore Pietrangeli
(l’autore più dimenticato del nostro dopoguerra)
conduce una vera e propria inchiesta sociologica, avvicinando
decine di ragazze che gravitano intorno al sottobosco romano
dello spettacolo. Che provengano da Udine o da Viterbo, tutte
raccontano di aver fatto qualche particina in un film o in
una pubblicità, di aver in qualche modo pagato un servizio
fotografico per garantirsi un lancio su una controcopertina,
di aver conosciuto a un certo punto il tale o talaltro impresario.
Qualche volta parlano anche di quella loro amica che “all’improvviso”
ha preso troppi sonniferi oppure si è buttata dal balcone,
ma aggiungono che comunque “era una un po’ matta”
o “il suo ultimo ragazzo l’aveva appena lasciata”.
Nell’estate del ’61 queste esistenze così
precisamente sovrapponibili dettano a Pietrangeli, Maccari
e Scola il personaggio di Adriana e l’intera sceneggiatura
che sarà girata, con pochissime modifiche, quattro
anni dopo.
Una sceneggiatura e una messa in scena cristalline, in cui
il ritratto della protagonista viene delineato con una tecnica
in netto anticipo sui tempi, che scavalca agilmente le secche
del naturalismo e del dramma sociale per avvicinarsi in parte
alle nouvelle vague contemporanee: la frantumazione della
vicenda, l’ellissi e l’accostamento libero dei
frammenti, alla ricerca della verità più profonda
del personaggio. Io la conoscevo bene abbandona la stesura
lineare degli eventi, per tentare un’opzione inedita,
forse l’unica in grado di restituire l’esattezza
del personaggio: il carattere femminile sembra farsi forma
stessa del racconto. Alla progressione cronologica viene preferito
un andamento rapsodico, che di volta in volta raccoglie ed
esamina una tessera distinta – un incontro, uno stato
d’animo, un ricordo passeggero della protagonista –
senza preoccuparsi di fornire tutti i tasselli del mosaico
(e in questo c’è un’attitudine squisitamente
cinematografica). La scelta è radicale: se nella realtà
psicologica dell’individuo i diversi ‘pezzi’
non combaciano perfettamente, non dovranno combaciare neppure
i frammenti della narrazione cinematografica.
Eravamo già pronti a liquidare Adriana e la sua spensieratezza
un po’ ebete, ma, poco a poco, questo giudizio vacilla,
e non perché subentra il compatimento per una vittima
sprovveduta, piuttosto perché il personaggio si rivela
molto più indecifrabile di quanto fossimo disposti
ad ammettere.
Non è soltanto la cartina al tornasole di una società
in transizione e dei suoi rivolgimenti. Piuttosto –
e finalmente – “in un cinema dominato dai ruoli
maschili, in cui le donne vengono considerate solo per ruoli
d’appoggio, prostitute, madri, sorelle, mogli, mai protagoniste
vere e proprie di una storia” Pietrangeli sceglie una
via diversa: “l’analisi approfondita e non subordinata
della figura femminile” (Scola). E forse qui sta la
vera grandezza di Io la conoscevo bene: perché al di
là delle performance fulminanti di Manfredi e Tognazzi,
della scrittura limpida in cui ogni parola e ogni gesto sono
decisivi (e ogni movimento di macchina è illuminante,
perché la cinepresa prosegue il lavoro della sceneggiatura
‘scrivendo’ a sua volta), al di là della
scelta linguistica che frattura all’estremo il racconto
per poi giocare la singola sequenza spesso senza montaggio
interno (con un ‘effetto di realtà’ che
ci porta vicinissimi al personaggio) e della miscela musicale
che scandisce con forza gli episodi e i flashback, al di là
di tutto questo nel film emerge una figura femminile che resta
sostanzialmente sommersa.
Questa è la sfida vinta di Io la conoscevo bene: proporre
una figura di donna che resiste alla comprensione, tratteggiare
un personaggio indelebile proprio nel suo restare incerto
e opaco. Una concezione della donna come inafferrabilità,
come sconvolgimento e sospensione delle certezze che fa di
questa una pellicola intimamente femminile e che costringe
ad ammettere, quando compare la parola FINE, “Io non
la conoscevo affatto”.