FANTASMI A OCCIDENTE III / EXTRA
Io la conoscevo bene
di Sebastiano Pucciarelli

Entrando nel mondo di Adriana, la protagonista di Io la conoscevo bene, dopo pochi minuti sembra già di conoscere il personaggio alla perfezione. Basta osservarla mentre prende il sole o intona una canzonetta, è sufficiente vedere come passa da un lavoro e da un uomo all’altro – la stessa facilità con cui cambia d’abito e d’acconciatura.
Adriana Astarelli è una delle tante ragazze che negli anni ‘60 arrivano a Roma attirate dal mito della Hollywood sul Tevere e finiscono per vivere ai margini del mondo dello spettacolo. Ha una bellezza folgorante – lo straordinario volto le è prestato da una Stefania Sandrelli diciannovenne, alla sua prima prova da protagonista – e un carattere frivolo e remissivo che la porta a vivere esperienze mediocri e umilianti con leggerezza, senza drammi.
Uno scrittore, l’ennesimo uomo col quale ha una fugace relazione, traccia una spietata radiografia di questa giovane donna: “Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia, come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni: zero; morale: nessuna, neppure quella dei soldi, perché non è nemmeno una puttana. Prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività, per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi. Con se stessa mai.”
Nella primavera del 1961, il regista e sceneggiatore Pietrangeli (l’autore più dimenticato del nostro dopoguerra) conduce una vera e propria inchiesta sociologica, avvicinando decine di ragazze che gravitano intorno al sottobosco romano dello spettacolo. Che provengano da Udine o da Viterbo, tutte raccontano di aver fatto qualche particina in un film o in una pubblicità, di aver in qualche modo pagato un servizio fotografico per garantirsi un lancio su una controcopertina, di aver conosciuto a un certo punto il tale o talaltro impresario. Qualche volta parlano anche di quella loro amica che “all’improvviso” ha preso troppi sonniferi oppure si è buttata dal balcone, ma aggiungono che comunque “era una un po’ matta” o “il suo ultimo ragazzo l’aveva appena lasciata”. Nell’estate del ’61 queste esistenze così precisamente sovrapponibili dettano a Pietrangeli, Maccari e Scola il personaggio di Adriana e l’intera sceneggiatura che sarà girata, con pochissime modifiche, quattro anni dopo.
Una sceneggiatura e una messa in scena cristalline, in cui il ritratto della protagonista viene delineato con una tecnica in netto anticipo sui tempi, che scavalca agilmente le secche del naturalismo e del dramma sociale per avvicinarsi in parte alle nouvelle vague contemporanee: la frantumazione della vicenda, l’ellissi e l’accostamento libero dei frammenti, alla ricerca della verità più profonda del personaggio. Io la conoscevo bene abbandona la stesura lineare degli eventi, per tentare un’opzione inedita, forse l’unica in grado di restituire l’esattezza del personaggio: il carattere femminile sembra farsi forma stessa del racconto. Alla progressione cronologica viene preferito un andamento rapsodico, che di volta in volta raccoglie ed esamina una tessera distinta – un incontro, uno stato d’animo, un ricordo passeggero della protagonista – senza preoccuparsi di fornire tutti i tasselli del mosaico (e in questo c’è un’attitudine squisitamente cinematografica). La scelta è radicale: se nella realtà psicologica dell’individuo i diversi ‘pezzi’ non combaciano perfettamente, non dovranno combaciare neppure i frammenti della narrazione cinematografica.
Eravamo già pronti a liquidare Adriana e la sua spensieratezza un po’ ebete, ma, poco a poco, questo giudizio vacilla, e non perché subentra il compatimento per una vittima sprovveduta, piuttosto perché il personaggio si rivela molto più indecifrabile di quanto fossimo disposti ad ammettere.
Non è soltanto la cartina al tornasole di una società in transizione e dei suoi rivolgimenti. Piuttosto – e finalmente – “in un cinema dominato dai ruoli maschili, in cui le donne vengono considerate solo per ruoli d’appoggio, prostitute, madri, sorelle, mogli, mai protagoniste vere e proprie di una storia” Pietrangeli sceglie una via diversa: “l’analisi approfondita e non subordinata della figura femminile” (Scola). E forse qui sta la vera grandezza di Io la conoscevo bene: perché al di là delle performance fulminanti di Manfredi e Tognazzi, della scrittura limpida in cui ogni parola e ogni gesto sono decisivi (e ogni movimento di macchina è illuminante, perché la cinepresa prosegue il lavoro della sceneggiatura ‘scrivendo’ a sua volta), al di là della scelta linguistica che frattura all’estremo il racconto per poi giocare la singola sequenza spesso senza montaggio interno (con un ‘effetto di realtà’ che ci porta vicinissimi al personaggio) e della miscela musicale che scandisce con forza gli episodi e i flashback, al di là di tutto questo nel film emerge una figura femminile che resta sostanzialmente sommersa.
Questa è la sfida vinta di Io la conoscevo bene: proporre una figura di donna che resiste alla comprensione, tratteggiare un personaggio indelebile proprio nel suo restare incerto e opaco. Una concezione della donna come inafferrabilità, come sconvolgimento e sospensione delle certezze che fa di questa una pellicola intimamente femminile e che costringe ad ammettere, quando compare la parola FINE, “Io non la conoscevo affatto”.