Repulsion è lo studio di una donna. Parte dall’occhio
bello e stralunato di Carol (Catherine Deneuve) sui titoli
di testa e finisce sullo stesso occhio, fotografato bambino
in una vecchia immagine di famiglia incorniciata a dovere
e posta in camera da letto.
Come il film suggerisce attraverso la sua apertura e la sua
chiusura, anche Carol procede a ritroso. Psicologicamente.
Il film pare dividersi in due blocchi: il primo mostra la
protagonista evidenziandone soprattutto le abitudini quotidiane
e i gesti, che seppur strani, non lasciano presagire ciò
che è rappresentato nella seconda parte, ovvero la
completa follia che inizia quando la sorella Helen parte in
vacanza con un uomo sposato.
Carol ha un lavoro in un salone di bellezza (rigorosamente
solo per donne), vive in un discreto appartamento insieme
alla sorella e ha un ragazzo “per bene” che la
corteggia. Tutto normale, solo che per lei il giovane corteggiatore
è una persecuzione. Ne rifiuta ogni proposta e si scorda
degli appuntamenti, e quando il ragazzo tornerà a cercarla
nel suo appartamento per dichiararle il proprio amore, lei
lo accoglierà uccidendolo a colpi di candeliere. A
lavoro fa solo danni rischiando di tagliare un dito a una
cliente, e la sorella infine è una donna piuttosto
disinibita e a proprio agio con gli uomini (le piace addirittura
guardare il wrestling in televisione) e frequenta anche un
uomo sposato con un’altra donna.
Ma per Carol non è certo una questione morale, la sua
è una malattia che corre sul filo della complicata
relazione tra desiderio e orrore nelle relazioni (a qualsiasi
livello) con l’altro sesso. Ha terrore degli uomini
e di tutto ciò che è di un uomo, ma il fatto
che rende il personaggio ancora più affascinante è
che ne nutre comunque un desiderio (seppur recondito).
È importante e cruciale a tal proposito soffermarsi
sull’incubo ricorrente di Carol: un uomo entra in camera
sua, si infila nel suo letto e la violenta, e lei terrorizzata
non ha quasi cenno di difesa, rimanendo passiva, morbosamente
gelida. Una sera, al culmine della propria follia e rinchiusa
ormai in se stessa, prima di andare a dormire Carol si pettina,
si mette il rossetto e si colora il contorno degli occhi.
Poi si corica sul suo letto a una piazza, e al rintocco delle
campane sfata, almeno in sogno, il suo tabù.
Perchè pare che nella vita non gli sia dato di sublimare
i piaceri della carne nemmeno attraverso uno stupro, e così
è costretta a farlo in un sogno da lei elegantemente
preparato. Il tentativo di violenza del padrone di casa (quello
sì vero, non sognato), entrato a forza per riscuotere
l’affitto e finito poi ammazzato, pare essere quasi
un atto mancato non tanto per lui, quanto piuttosto per lei,
sopraffatta dal terrore e da un odio ceco, condannata a non
dar pace ai propri sensi, vergine dannata.
L’instabilità della donna è accompagnata
da una colonna sonora che è un connubio perfetto tra
musiche, suoni e rumori che si alternano e talvolta si sovrappongono
sempre in misura piuttosto incisiva rispetto anche alle immagini
stesse. Le musiche di Chico Hemilton, presenti soprattutto
negli esterni, oscillano tra un free jazz ed echi di fiati
alla Varèse, e aumentano la dimensione angosciante
del film e quella pericolante della protagonista. Nell’appartamento
di Carol sono invece i rumori e i suoni a essere maggiormente
presenti, incessanti quasi, come il ticchettio dell’orologio
o la campana mi mezzanotte, rotti talvolta da musiche brevi
e violente nelle scene in cui Polanski decide di voler spaventare
lo spettatore.
L’intreccio del film, per concentrare le attenzioni
sul personaggio, è davvero molto semplice, persino
banale, e i personaggi che ruotano attorno a Carol hanno il
solo scopo di mostrare come lei interagisce con il mondo esterno.
Le reazioni ai comportamenti di Carol del coro umano che l’avvolge
non contano nell’economia del film, e spesso non vengono
neppure mostrate.
Nel finale nessuno si occupa dei cadaveri, ma tutti (vicini
di casa al gran completo, Helen e il suo compagno) rimangono
attorno a Carol (nascostasi sotto il letto) a fissarla, devastata
ormai dagli accadimenti e da se stessa, costretta a un completo
stato catatonico.
Il compagno di Helen la prende in braccio per allontanarla,
portarla chissà dove, con movenze e sguardi che ricordano
inevitabilmente un film di vampiri, un Dracula metropolitano
della swinging London che non può fare a meno di cedere
alla bellezza di una Catherine Deneuve in una delle sue migliori
interpretazioni di sempre.