Singolare, quanto straordinario, punto di incontro fra l’esperienza
tutta fassbinderiana dell’Antiteater e il mai tanto
osannato melodramma “alla Douglas Sirk” –
modello e nume tutelare del regista tedesco – Le lacrime
amare di Petra von Kant è prima di ogni altra cosa
un piccolo saggio cinematografico sulle perverse dinamiche
che presiedono al sentimento amoroso, qui specchio illuminante
di quella progressiva “desertificazione” del sistema
di rapporti fra individuo e individuo e fra individuo e società,
i cui meccanismi - corrotti nella loro infinita artificiosità
- occuperanno un posto di primo piano nella futura riflessione
“storica” dello stesso Fassbinder. Protagonista
assoluto del dramma e centro motore dell’intera rappresentazione
è una donna, anzi un gruppo di donne, la cui diversa
estrazione sociale (aristocratica quella di Petra, vicino
al proletariato quella di Karin e piccolo borghese quella
della “serva” Marlene) riflette l’intenzione
del regista di costruire, nello spazio chiuso e claustrofobico
di una stanza, un microcosmo esemplare della società
tedesca degli anni Settanta, preda del sogno/incubo capitalista
e di una pericolosa quanto radicata miseria ideale. D’altronde
la predilezione fassbinderiana per l’universo femminile
e per la sua rappresentazione – a cui, si badi, non
corrisponde una visione “femminista” acritica
e posticcia – non costituisce certo una novità,
soprattutto alla luce delle stesse affermazioni del regista
tedesco, per il quale «il comportamento forzato della
donna nella società dice molto di più su questa
società che il comportamento degli uomini, i quali
preferiscono vivere come se tutto andasse bene». Ragione
per cui «credo di poter esprimere meglio ciò
che voglio dire quando uso un personaggio femminile come centro»,
essendo la donna, più che l’uomo, a rappresentare
il polo ideale per descrivere con maggior forza le contraddizioni
interne al sistema gretto e meschino dei rapporti sociali.
Riduzione del testo teatrale scritto e messo in scena l’anno
precedente dallo stesso Fassbinder, il film, diviso significativamente
in cinque atti ma privo di una reale progressione, segue con
fredda e clinica lucidità quella che a ragione può
essere definita l’“educazione sentimentale”
di una bella seppur non più giovane stilista di moda
alle prese con il successo professionale e con il fallimento
del proprio “privato”. Un’educazione che,
partendo dall’incrollabile certezza circa l’insondabilità
delle leggi del sentimento – sempre in agguato con le
sue trappole – si sviluppa lungo l’asse della
dialettica autenticità/artificiosità (applicata
in questo caso all’amore) in una continua ma costantemente
differita ricerca della felicità il cui risultato finale
non può che essere la solitudine e la morte, seppur
figurata. È così che Petra, dopo essersi data
anima e corpo nel percorrere le strade di un sentimento da
lei vissuto autenticamente, decide di abbandonare il marito,
conscia dell’inesorabile deterioramento di un rapporto
reso ora artificioso dalla sua graduale trasformazione sulla
base dei principi del dominio e del possesso, gli stessi che
regolano le più generali leggi dell’interazione
sociale nell’era del trionfo del capitale. Emancipatasi
da un marito possessivo e prepotente, Petra, donna apparentemente
indipendente – ma il cui razionale e “gelido”
atteggiamento di consapevolezza e di disprezzo non è
certo meno artefatto – si ritrova con sorpresa a vivere
un’intensa e inizialmente genuina storia d’amore
con la bella Karin (Hanna Schygulla, attrice feticcio del
regista tedesco), il cui sviluppo autodistruttivo tuttavia
è destinato a replicare, a ruoli invertiti (ora è
Petra a voler possedere e Karin a voler fuggire), la stessa
identica dinamica della precedente, in una sorta di infinita
reificazione di rapporti affettivi “malati” e
di un ormai assodato predominio dell’inautentico, reso
evidente una volta di più dal rapporto di puro “interesse”
che lega l’ambigua figura della madre con la protagonista
e, soprattutto, dal grande rifiuto di Marlene, incapace nel
finale di liberarsi dalla condizione di schiavitù e
dipendenza cui consapevolmente si costringe, spinta da un’ossessiva
ansia di possesso. Una vittoria, quella dell’artificio,
che trova peraltro un suo preciso corrispettivo visivo nelle
stesse modalità di messa in scena adottate dal regista
tedesco il quale, senza elaborare cinematograficamente l’azione,
è abilissimo nel “rinchiudere” personaggi
e macchina da presa all’interno di uno spazio fortemente
limitato, ostacolandone così gesti e movimenti, nonché
particolarmente “opprimente” nel costruire un
ambiente ricco di oggetti ed elementi – specchi, manichini,
parrucche, trucchi, vestiti stravaganti – che rimandano
esplicitamente all’universo semantico della pura apparenza,
trasformandosi in simboli della falsa coscienza borghese.
Soffrire e far soffrire è la condizione stessa dell’amore,
sembra volerci dire Fassbinder. Anche dell’amore lesbico
che, lungi dall’essere una trasgressione in qualche
modo liberatoria, rappresenta semplicemente un’altra
fatale attuazione della logica perversa delle passioni. L’ultima
immagine d’altronde, al pari della prima, ci mostra
una Petra, significativamente sola e abbandonata, ripiegarsi
stancamente su se stessa, ora più che mai consapevole
di “dover amare senza pretendere nulla in cambio”.