Situato sul precario equilibrio tra tragico e comico, il
genere della commedia cinematografica attraversa una stagione
di enorme successo durante gli anni trenta. In questo periodo
infatti lo Studio System hollywoodiano si specializza nel
produrre a gran velocità opere che incontrino i gusti
del pubblico e che rispondano alla politica dei generi, opere
spesso destinate a rimanere impresse nella storia del cinema.
Fra i grandi registi da riscoprire merita un posto di primo
piano Gregory La Cava, autore italoamericano dagli ideali
democratici, dedito a un cinema rispettoso dei canoni estetici
degli Studios ma capace al contempo di instillare nei propri
film critiche sociali e quesiti etici, seppur improntati ad
un chiaro populismo di fondo. Il suo cinema, definito “di
frontiera” per la caratteristica alternanza tra momenti
comici e altri di maggior intensità emotiva, non ha
mai raggiunto la notorietà di cui hanno goduto illustri
colleghi quali Capra e Lubitsch. Eppure se di Lubitsch touch
si può parlare, il medesimo concetto vale per La Cava,
autore, tra le altre opere, di quel piccolo capolavoro di
screwball comedy quale è L’impareggiabile Godfrey
(1936).
Non proprio al filone della screwball appartiene Palcoscenico
(1937), ispirato all’omonimo spettacolo teatrale di
Edna Ferber e George S. Kaufman messo in scena a Broadway
nel 1936. Ambientato quasi per intero in una misera pensioncina
per aspiranti attrici, il film rappresenta una delle più
suggestive dramatic comedies del periodo. La struttura corale
del film poggia su due storie che corrono parallele: l’una
ha per protagonista la giovane e ricca Terry Randall (Katharine
Hepburn), alle prese con il sogno di una carriera teatrale
che striderebbe, a detta del padre, con la condizione upper
class cui appartiene. L’altra ha come fulcro la figura
di Kaye Hamilton (Andrea Leeds), giovane attrice in cerca
di una parte e destinata a non sopportare il peso di una vita
di stenti e di speranze deluse. A far da sfondo una cornice
costituita dai sogni delle altre attrici della pensione e
un mondo di impresari corrotti e di ricchi borghesi diposti
a pagare pur di avere ragione.
La storia della miliardaria viziata col pallino del teatro
non sarebbe particolarmente originale se non fosse per alcuni
elementi che rendono il film ricco di spunti di riflessione.
Prima di tutto la vicenda nasconde alcuni inquietanti risvolti
sociali. Il ritratto della società che affiora dalla
pellicola lascia infatti disarmati: se Terry riuscirà
a calcare un palco sarà solo grazie ai soldi del padre,
finanziatore occulto dello spettacolo teatrale finale. E se
la stessa Terry scoprirà in sé un certo talento
attoriale, ciò avverrà solo in seguito alla
morte di Kaye, prima vittima di un sistema opprimente e ingiusto.
Il prezzo che la protagonista dovrà pagare è
la perdita dell’amica, troppo debole per sopravvivere
in una società che sembra premiare solo i ricchi.
Appare chiaro che a far funzionare il sistema è il
denaro, non il talento, e che il prezzo da pagare per raggiungere
i propri sogni è proibitivo. Tuttavia non è
di sogno americano che si sta parlando, poiché Terry
non parte dal nulla. Sarebbe infatti eccessivo leggere nel
film un paradigma del self made man, poiché la protagonista
è miliardaria. Si può piuttosto leggere tra
le righe l’invito roosveltiano alla collaborazione di
classe e all’unità del popolo in nome di un obiettivo
comune. Solo grazie alla frequentazione di un ambiente “basso”
la miliardaria Terry acquista coscienza di sé e dei
propri mezzi.
Altro elemento forte del film è la presenza di Katharine
Hepburn, che proprio allora era all’apice della carriera
e la cui vicenda artistica presenta qualche tratto in comune
con il personaggio di Terry Randall. Proprio sulla funzione
primaria della figura femminile si basano molti film dell’epoca.
Negli anni trenta si fa strada un personaggio femminile assai
diverso, per carattere e tempra, rispetto a quelli che avevano
animato gli schermi degli anni Venti. Una figura decisa e
volitiva, a tratti anche aggressiva, che può forse
essere messa in relazione con la situazione politico sociale
degli Stati Uniti del tempo. Siamo infatti in pieno clima
roosveltiano e le indicazioni governative mirano a instaurare
un’atmosfera di condivisione degli sforzi e dei sacrifici
da parte dell’intera nazione. Un richiamo di questo
tipo pone la donna sullo stesso piano dell’uomo, storicamente
simbolo dei valori del coraggio, della volontà e della
fede nel progresso. Gli anni trenta sono solo l’inizio
del riscatto di cui la figura femminile sarà protagonista
nel decennio seguente, quando il nuovo ruolo sociale assunto
dalle donne durante l’impegno bellico americano porterà
a un vero e proprio genere cinematografico, ovvero il women’s
film.
Accade così che la donna hollywoodiana negli anni
trenta vesta spesso i panni di personaggi forti e di spessore.
Non più debole, fragile e dedita alla sfera privata,
ma problematica, contraddittoria, ribelle e sempre in un ruolo
attivo. Terry è disposta a tutto pur di realizzarsi,
compreso scontrarsi con una realtà altra rispetto alla
propria ed esporsi agli scherzi delle coinquiline che ignorano
chi sia Shakespeare. Diventare attrice significa emanciparsi
non solo dalla famiglia, ma anche dal peso della tradizione
che quella stessa famiglia rappresenta.
Condotto con mano sicura alternando toni ora divertiti ora
drammatici, Palcoscenico rappresenta il caso di un’opera
da una parte rispondente ai canoni imperanti della Hollywood
classica, la cui estetica si basa su un linguaggio conciso
e ritmato, semplice ma puntuale, dall’altra volta a
denunciare la corruzione e la miseria su cui si fonda il mondo
dello spettacolo. Fautore di una regia che nasce dall’attore,
colto nella sua naturalezza e spontaneità, La Cava
scompagina l’impostazione teatrale dell’opera
per affidarsi all’improvvisazione degli attori e per
dirigere con ritmo veloce. Tra tutte ci sembra doveroso citare
la mirabile sequenza del suicidio di Kaye, in cui una soggettiva
sonora degli applausi del pubblico teatrale accompagna la
drammatica decisione della ragazza di togliersi la vita.