“Humpty Dumpty è seduto sul muro; Humpty Dumpty
è caduto giù. Tutti gli uomini e i cavalli del
re non riusciranno a ricomporlo”.
Vezzosa, colorata e capricciosa, la piccola Sayoko (Yeong-he
Han), aspirante killer, si rivolge a noi quasi per gioco,
come un’attrice su un palcoscenico improvvisato. Nessun
apparente legame tra questa sequenza e quelle che la precedono
o la seguono. Noi la guardiamo e capiamo che qualcosa è
caduto davvero, rompendosi in mille pezzi: è il linguaggio
del cinema di genere. Per fortuna Suzuki raccoglie tutti i
cocci, meticolosamente, e li rimonta. Ma senza nessuna velleità
di ricomporre ciò che c’era prima.
Il risultato è un gioco, naturalmente decostruzionista.
Il “senso” sfugge, perché si fatica a ricostruire
un significato concluso. Ma se la nostra mente non fosse costretta
a faticare, per mettere a fuoco questo caleidoscopico oggetto
che è Pistol Opera; se ad ogni tentativo di interpretarlo
non fosse respinta, rimandata a cercare mille collegamenti
con la cultura giapponese, occidentale, cinematografica, teatrale,
filosofica, pittorica, musicale. Se non ci fosse tutto questo,
che gioco decostruzionista sarebbe?
All’inizio della sua carriera, Suzuki Seijun era stato
costretto dal sistema di produzione industrializzato del cinema
giapponese a dirigere decine di film di genere (per la maggior
parte B-movies). La sua specialità erano i melodrammi
e le storie di mafia. Ne aveva realizzati così tanti
– addirittura quarantadue, tra il ’54 e il ’67
- da imparare ad “iconizzarli”. Come un pittore
professionista, sapeva riprodurre il sistema formale di quei
generi con poche, rapide pennellate.
Nello stesso tempo, l’alienazione di una carriera ingabbiata
da regole formali e produttive troppo rigide, lo aveva condotto
a prendere le distanze quel tipo di cinema, desiderando di
smascherarne le convenzioni. Questa sua propensione alla sperimentazione,
maturata negli anni della Nouvelle Vague, alla quale lo legano
evidenti affinità stilistiche, raggiunse l’apice
con “La farfalla nel mirino” (Branded to kill,
1967), che gli costò il licenziamento da parte della
Nikkatsu, la sua casa di produzione, con la motivazione che
i suoi film risultavano incomprensibili e di scarso valore
economico e culturale.
Pistol Opera è il remake di “La farfalla sul
mirino”, di cui mantiene l’esile trama (una battaglia
tra i killer affiliati ad un potente clan mafioso, per diventare
“il numero uno” uccidendo tutti gli altri) e la
propensione ai giochi metalinguistici: “giochi di luce,
contrapposizione tra suono e immagine, falsi raccordi, profondità
di campo, montaggio ritmico, ispirazioni e composizione derivate
dalla pittura e dal teatro, simboli visivi, insomma quasi
l’intera codificazione linguistica che il cinema aveva
prodotto dalla sua nascita fino agli anni in cui Suzuki lavorava”
(Daniela Raddi, www.ut-florence.it/20030304rakuin.pdf ).
I cambiamenti più visibili sono due: la scelta del
colore rispetto al bianco e nero e la decisione di far rivestire
il ruolo di protagonista ad una donna (Makiko Esumi, “Gatta
Randagia”) e non più ad un uomo (Goro Hanada,
che nel ’67 era l’attore principale, qui compare
nel simbolicamente nei panni del vecchio e nostalgico “killer
numero zero”). Il risultato però non cambia.
Rinunciando alla costruzione narrativa dei personaggi, Suzuki
si concentra sulle scelte coloristiche, meditando anche sulla
natura della superficie delle immagini e cimentandosi nelle
mille sperimentazioni del loro trattamento digitale.
Ne “Il linguaggio dei nuovi media” (Olivares,
2002), Lev Manovich sostiene che ci troviamo in una “cultura
del database”, in cui le opere d’arte sono, concretamente
o simbolicamente, il frutto della selezione delle possibilità
contenute in un menù simile a quello di un computer.
Ricollegandosi alle teorie sulla postmodernità, lo
studioso russo scrive che ci siamo abituati a concepire i
nostri lavori creativi come una sorta di montaggio di oggetti
preesistenti, comportandoci, appunto, come i navigatori di
una sorta di immenso database culturale, fatto di immagini,
suoni, parole e colori, di cui Internet, naturalmente, è
la sineddoche. Emblema dell’atteggiamento dell’artista
di oggi è, per Manovich, “L’uomo con la
macchina da presa” (Vertov, 1929), una sorta di selezione
e combinazione, dal “database” del linguaggio
del cinema, di tutte le possibilità espressive del
medium.
Vertov fu il promotore della poetica del “kino eye”.
Riflettendo su ciò che è diventato oggi il cinema
digitale, basato sull’estetica del “ritocco”
delle immagini per sovrapposizioni di “livelli”
(i layer dei programmi fotografici, applicati sia all’elaborazione
dei singoli fotogrammi, sia ai software per il montaggio),
Manovich propone di ricostruire gli effetti di una poetica
del “kino brush”, cioè di tutte le applicazioni
del “modello photoshop” alla settima arte. Un
film come Pistol Opera potrebbe dunque essere letto come un
effetto della “cultura del database”. Una sorta
di “Uomo con la macchina da presa” sull’immensa
combinatoria di scelte espressive del linguaggio del cinema
digitale. Un’ “opera” diretta da un direttore
d’orchestra seduto davanti al suo computer, intento
nel gioco di scegliere nell’archivio delle immagini,
dei suoni e dei colori prodotti da lui stesso o da altri.