Film maledetto di un regista comunque osteggiato e bistrattato,
ansia visionaria soffocata in bagarre produttive e impasse
ideologiche, Lola Montès rimane un caso cinematografico
insoluto; o meglio: una questione artistica controversa ed
una causa ‘politica’ incerta.
Se il sapiente restauro operato dalla cineteca di Monaco gli
ha restituito piena dignità, l’equivoco nazionalista
innescato dal figlio del regista al Festival di Cannes gli
ha sottratto altri meriti e gli ha valso ulteriori preclusioni.
E appartengono alla Storia le battaglie ingaggiate dallo stesso
Ophüls contro i tagli dei produttori, la strenua resistenza
opposta da François Truffaut durante la Nouvelle Vague
(“è un cinema che va difeso; un cinema d’autore
che è contemporaneamente un cinema d’idee, dove
le invenzioni sgorgano ad ogni immagine; un cinema che non
risuscita l’avant guerre; un cinema che sfonda porte
per troppo tempo condannate”) e le veementi parole spese
da Andrew Sarris sul Village Voice (“è un film
per chi ama l’arte, per chi ama il cinema e, soprattutto,
per chi ama l’arte al cinema”). E, prima ancora,
la lettera elogiativa pubblicata su Le Figaro del 5 gennaio
1956 da Jean Cocteau, Roberto Rossellini, Jacques Becker,
Christian Jaque, Jacques Tati e Alexander Astruc.
Iperbolico, delirante, sfacciato, chiassoso, estenuante, invadente:
mantiene il tratto/tono deciso riconoscibile nell’intera
opera ophulsiana, rinsalda le ossessioni/convinzioni tematiche
e visive che puntellano la poetica ‘tutta’ del
regista tedesco (dal piacere del sentimento/ricordo nostalgico
al gusto del decorativismo non gratuito ma pregnante).
Vezzi formalistici e urgenze sperimentalistiche servono comunque
a riflessioni filosofiche e indagini psicologiche. Dalla narrazione
‘circolare’ (per cui il film finisce laddove comincia),
alle immagini ricercate/elaborate (tramite il ricorso al cinemascope,
l’abuso del colore, la strategia degli spazi, il gioco
delle luci e dei riflessi), tutto concorre e co-occorre a
spiegare il tragico destino della ex cortigiana e novello
‘bouffon’ Lola Montés. Attraverso la giostra
di passato e presente e le danze della cinepresa, le passioni
della protagonista divengono autentiche e devastanti anche
per lo spettatore … le vicende di chi racconta divengono
dolorose anche per chi vede … acquista senso e dignità
pure l’impudica analisi cui Lola è costretta
nello squallido circo che la ‘esibisce’.
Le arditezze del filmico si combinano/completano con le esuberanze
del profilmico a restituire le inquietudini/i tormenti della
protagonista. La messinscena non trascende il soggetto: nel
caso di Ophüls e di Lola Montés, la messinscena
è il soggetto. Il regista muove la cinepresa lungo
sentieri sinuosi e in labirintici intrecci, così da
rappresentare visivamente lo stesso motto dell’irrequieta
protagonista, ovverosia: “per me, la vita è movimento”.
E, come scrisse Sarris, trasformando “the camera movement”
in “a metaphisical commentary”. Oppure incastra
la ex seduttrice in inquadrature ‘piene’ o in
primi piani ai limiti dell’asfissia, così da
rendere l’angoscia della ‘prigionia’ e applicare
il principio francese della Donna-Cinema.
Un film che va rivalutato, vittima dell’inveterata insana
abitudine per cui “grazia” significa “superficialità”.
Ottima l’interpretazione di Peter Ustinov (Circus Master),
stereotipata ma funzionale quella di Martin Carol (Lola Montés).