È il 1961, la Francia è alle
prese con la funesta guerra d’Algeria e il suo cinema
parla ormai correntemente la lingua della Nouvelle Vague. Ed
è proprio usando questo linguaggio nuovo, di cui era
stata un precursore già nel 1956 con La Pointe courte,
che Agnès Varda scrive con la macchina da presa un film
sull’incertezza e l’angoscia del suo paese raccontando
un’ora e mezzo della vita di una giovane e bella cantante
parigina.
Prologo: una plongée verticale ci mostra che le carte
sono messe in tavola. Una mano segnata dall’età
le scopre, tre alla volta: prima il passato, poi il presente.
Le ultime tre, il futuro, incerto e pieno di cattivi presagi.
Ecco a noi, Cléo.
Fatte le presentazioni, siamo pronti a seguirla nell’attesa
dei risultati delle analisi cliniche che le daranno un responso
senza appello: cancro.
Un’attesa che ha come prima tappa una sosta di Cléo
davanti allo specchio: la sua immagine riflessa, «bella
farfalla», la rassicura ancora, convinta com’è
che la bellezza sia la misura dell’essere viva.
Bella bambolina, Cléo lo è anche per il suo
maturo fidanzato-pigmalione che le nega la verità,
la realtà di un rapporto amoroso per ridurla a un adorabile
animaletto da compagnia, non molto diverso dai gattini che
sbucano dappertutto nel suo appartamento.
Sarà il testo di una canzone, propostale dal suo musicista
(Michel Legrand), la prospettiva di un futuro «sola,
triste e livida» a far uscire la ragazza dal patinato
e luminoso sogno infantile in cui era vissuta fino a quel
momento.
Mossa dalla spaventosa ossessione della malattia e quindi
dall’imminenza della propria morte, Cléo smette
i panni della candida bimba capricciosa immersa nel mare di
luce di quella gabbietta per gli uccelli, con tanto di altalena,
che è la sua abitazione, abbandona la sua governante-Angèle
protettore, che in realtà è il guardiano che
ha il compito di mantenerla nella dorata e oppiacea prigione
della superstizione e del buon senso popolare e inizia la
sua trasforamzione da bambina ad adulta, da farfalla a donna,
da riflesso a corpo.
Dietro una tenda nera, Cléo si leva di dosso la vestaglia
bianca e piumata, si strappa, non potendo la testa, la parrucca,
e indossa un sobrio e semplice abito nero, prima azione autonoma
contro ogni convenzionalità superstiziosa e vana.
Flaneuse urgente e disorientata, cammina per la città,
alla scoperta tardiva di un mondo altro da sé. Vedendosi
riflessa nello specchio di un chiosco, ha un moto di stizza
per quel viso di bambola, che si ostina a smentire le sue
paure. Esasperata, si rende conto: «Penso sempre che
tutti mi guardino, ma io non guardo che me stessa».
Da questo momento non c’è più solo Clèo
che si compiace nella e della propria immagine, ma le soggettive
sonore e visive della protagonista svelano l’esistenza
di una città e dei suoi abitanti, in cui costanti sono
i riferimenti ai fatti d’Algeria, altra realtà
di morte che comincia a manifestarsi ai suoi sensi ritrovati.
Dopo l’incontro con un’amica, in compagnia della
quale Cléo assisterà alla proiezione di un ironico
rifacimento di una comica del muto, nel quale appaiono, fra
gli altri, anche Jean-Luc Godard e Anna Karina, la rottura
di uno specchietto decreta la fine del dominio dello sguardo
su se stessa. Al Parc Montsouris Cléo incontra un giovane
soldato, a Parigi ancora solo per qualche ora prima di ripartire
per Marsiglia alla volta dell’Algeria. Solo grazie a
questo incontro, al ricongiungimento della sua condizione
personale con una condizione di morte collettiva, come quella
che si accompagna alla guerra, Cléo, ormai Florence,
trova il coraggio di smettere di aspettare passivamente lo
svolgersi di un destino personale già scritto nei tarocchi
e di andare incontro, senza più paura, ma consapevolmente,
alla verità.