FANTASMI A OCCIDENTE III / EXTRA
La sera della prima
di Lorenzo De Nicola
Myrtle Gordon, attrice di fama mondiale, si prepara ad andare in scena. Interpreta Virginia nella pièce dal titolo The second woman. Con lei, dietro le quinte, ci sono due assistenti: Kelly e Bobby. Myrtle, sigaretta che pende dalle labbra, chiede che i sacchetti di scena facciano meno rumore e poi, dopo un sorso di corroborante bourbon, è pronta per la sua entrée.
Fin dale prime battute Cassavetes vuole spingere lo spettatore a penetrare senza indugi nell’universo della sua protagonista e costruisce la narrazione iniziando il racconto proprio a pochi giorni da “la sera della prima” di New York. Quasi a voler sottolineare la volontà di offrire un trance de vie, anche i titoli di testa sono posticipati creando in questo modo un vero e proprio prologo che racchiude in sè, in maniera sintetica ed efficace, le chiavi di lettura di tutto il film.
Non è un caso infatti che si palesi da subito lo stato confusionale che caratterizza la protagonista. Myrtle Gordon non è in grado di interpretare questo nuovo personaggio che le è stato affidato e gli spettacoli pilota a cui si deve sottoporre prima dell’importante debutto, si trasformano prontamente in vere e proprie sedute analitiche che non fanno altro che minare il suo ego.
Il personaggio è una donna alle prese con le problematiche della vecchiaia, degli amori passati e di quelli presenti, del senso di una vita che sta volgendo al termine, della solitudine e nella quale – come dichiara lei stessa – non si riesce a intravvedere alcuna speranza. Come se non bastasse all’uscita di una di queste rappresentazioni una giovanissima fan a lei devota viene investita; un evento che la farà sprofondare in una difficile crisi depressiva, in un baratro da cui sarà in grado di risollevarsi solo dopo aver superato diverse “prove”.
Inizia così un cammino autodistruttivo e devastante alla ricerca della reale essenza del suo personaggio e, di conseguenza, di sé stessa. Un percorso di formazione volto alla costruzione di quella “seconda donna” che deve imparare ad accettare, svincolandosi dalle ossessioni di un passato che ancora le si presenta tanto in scena quanto nella vita e cancellando i fantasmi di una giovinezza che non tornerà più. Un inseguimento disperato di una condizione esistenziale che contempli anche il sorriso come espressione emozionale; un sorriso che deflagrerà solo nelle ultime inquadrature, consacrando il successo della protagonista.
Cassavetes costruisce questa lucida parabola attraverso una messa in scena asciutta e puntuale, e focalizza la narrazione su Gena Rowlands capace, per l’occasione, di indossare una maschera dolorosa e struggente che rimane invariata per tutta la durata del film. Non ci sono co-protagonisti nell’universo filmico voluto dal regista: tutto sembra girare intorno a lei e gli altri personaggi Manny Victor (Ben Gazzara), Maurice Adams (John Cassavetes), David Samuels (Paul Stewart), Sarah Goode (Joan Blondell) non sono altro che meccanismi di un unico ingranaggio, satelliti di un sistema governato dall’astro Myrtle Gordon.
La macchina da presa sembra spiare insistente nell’intimità della protagonista, trasmettendo tutta l’ossessiva e claustrofobica dimensione nella quale si muove e si dimena. Una dimensione che comprende in sè diverse realtà – muovendosi su tre diversi livelli narrativi, l’attrice stessa commenta durante le prove: “è come se non afferrassi più la realtà della realtà” – che si fondono e si confondono, aumentando lo spaesamento nello spettatore e occultando, attraverso un abile gioco di scatole cinesi, la macrotematica dell’instabilità del rapporto di coppia sottesa all’intera pellicola.
Un film teso, debordante, eccessivo il cui funzionamento è reso possible solo dal genio di Cassavetes.