Pensare ad Apocalisse nel deserto [1992] come ad un film
di fantascienza, potrebbe a prima vista apparire una provocazione,
soprattutto alla luce degli elementi specifici che caratterizzano
un genere così altamente codificato. Se non fosse che
è lo stesso regista tedesco, in una delle sue interviste,
a definirlo come tale: <Chiamare Apocalisse nel deserto un
film di fantascienza è un modo per sottolineare come
in esso non appaia nulla che possa essere riconosciuto come
facente parte del nostro pianeta>.
A questo si aggiunga la considerazione secondo la quale nel
cinema di Werner Herzog il confine tra documentario - nel suo
significato più puro - e film di finzione risulta essere
estremamente labile, quasi inesistente: l’osservazione
e la successiva registrazione del dato reale costituisce da
sempre in Herzog il veicolo ideale per un superamento della
realtà stessa, per una sua stilizzazione e trasfigurazione.
I giochi tendono così a semplificarsi. Apocalisse nel
deserto non è propriamente un documentario, né
un film di fantascienza: è un ibrido, un’opera
nella quale il regista mescola sapientemente cifra documentaristica
e dimensione narrativa fantastica [tentativo già in parte
riuscito con il precedente Fata Morgana, primo capitolo di un
ideale, quanto singolare, dittico sulla fantascienza], sospendendo
il reale in una visione immaginaria e allucinata delle cose
e chiamando così lo spettatore a partecipare di un’esperienza
visivo/sonora inedita e straniante.
Contrariamente allo schema classico del film di fantascienza,
la cui struttura di partenza è spesso costituita da uno
sguardo basato sul binomio oppositivo Noi/Loro, da un tentativo
di esorcizzare la paura dell’altro attraverso la costruzione
fisica della sua immagine, il quesito che Herzog sembra porsi
è di natura ben diversa, lontano da una qualsiasi volontà
di dare corpo al diverso da noi. Che cosa apparirebbe agli occhi
di un eventuale alieno che si trovasse - suo malgrado - ad osservare
per la prima volta il nostro pianeta? La risposta sta dentro
Apocalisse nel deserto e sullo sfondo del mutilato paesaggio
kuwaitiano osservato all’indomani della Prima Guerra del
Golfo. Rovine e desolazione. Sulle orme di un poema mitologico,
il cineasta tedesco costruisce un percorso in tredici tappe,
guidando lo spettatore - il cui occhio coincide con quello vergine
ed invisibile di un extraterrestre - nei meandri di un regno
dell’ignoto, in una sorta di discesa agli inferi nella
quale ad immagini crude e reali di morte e distruzione si alternano
vere e proprie visioni apocalittiche di un mondo in disfacimento
in cui la natura sembra entrata in un coma profondo e le macchine
appaiono come signori e dominatori incontrastati.
Quello che Herzog chiama ad assistere è lo spettacolo
drammatico dell’apocalisse tecnologica, nel quale l’essere
umano, stretto nella spirale del potere e del dominio, sembra
aver smarrito definitivamente se stesso.
Uno spettacolo muto che l’occhio distante del regista
- materializzandosi in uno sguardo superiore, non umano -
osserva significativamente dall’alto, affidandosi, più
che alla parola [praticamente assente o, se presente, incomprensibile,
privata come è della sua forza razionale], al potere
indefinito della musica e delle immagini. La macchina da presa,
con i suoi movimenti lenti ed incerti, procede a svelare un
paesaggio costellato di relitti industriali, di macchine e
carri sventrati, di carogne spolpate, di pozzi in fiamme,
di laghi di petrolio, di foreste pietrificate, tutti segni
e detriti di una civiltà ormai remota e lontana e di
un mondo che diviene così reperto lunare, osservato
da altezze siderali.
Apocalisse nel deserto è la materializzazione di un
possibile futuro che però è già presente,
è qui, ora, è sotto i nostri occhi: un futuro
di annichilimento e distruzione, i cui principali artefici
tuttavia non saranno né un’improvvisa catastrofe
naturale [come tanti film fanta-apocalittici sembrano prospettare],
né un evento straordinario [come l’attacco violento
da parte di altre forme di vita], ma solo e semplicemente
gli stolti abitatori del pianeta Terra.