FANTASMI A OCCIDENTE II / EXTRA
Le Lacrime della Tigre Nera
di Mirko Guerra
Chi ama Tarantino e soprattutto i due volumi di Kill Bill non potrà esimersi dal guardare questo bel film tailandese del 2001. Pellicola a basso costo che fa di necessità virtù, Le lacrime della tigre nera rende l’aspetto da film di serie B uno dei suoi punti di forza, facendo leva sull’intensità delle scelte visive, su una recitazione volutamente piatta e senza sfumature [che ricorda un po’ alcuni personaggi di KaurismaKi] e su una storia che è una via di mezzo tra Giulietta e Romeo e Per un pugno di dollari. Una parodia al limite del surrealismo che Sartsanatieng [alla sua opera prima] ha costruito non dimenticando per un solo istante i western alla Leone e le leggi che li regolano: primi piani stretti sugli occhi che compiono micromovimenti rivelatori, dita nervose ma sicure a pochi centimetri dalle pistole, zoom velocissimi sugli spari e duelli epici. Per non parlare di una colonna sonora che sembra composta da un Morricone in acido.

La storia ci racconta l’amore tormentato tra Rampoey e Dum, terribile fuorilegge soprannominato la Tigre Nera. Un amore che perdura fin da quando i due erano bambini e ostacolato dal fidanzamento con un ufficiale al quale Rampoey viene promessa. Come se non bastasse l’ufficiale in questione sarà proprio quello con il compito di sgominare la banda di Dum/Tigre Nera.

Questo romantico melodramma è caratterizzato da una ricerca formale quasi maniacale in cui la centratura dell’inquadratura, l’estetica dell’abbigliamento e delle scenografie, i colori primari, la quasi totale assenza di ombre e i movimenti di macchina [spesso coadiuvati da carrelli e ralenti che sembrano presi da un film di John Woo] rendono l’atmosfera irreale e fumettistica.
Ad aumentare questo senso di straniamento la fotografia di Nattawut Kittikhun, caratterizzata dai contrasti vivissimi, crea atmosfere e paesaggi irreali costruiti su fondali disegnati, che non hanno nessun timore di rivelarsi per quel che sono.
In questa dimensione parallela si muovono personaggi bidimensionali e poco sfaccettati che sembrano governati dall’influsso di un satiro burattinaio. Corrono, saltano e sparano come posseduti, non razionalizzando mai i loro gesti ma muovendosi in modo freddo e calcolato. Tutto ciò non fa che spostare l’interesse dello spettatore sul come più che sul perché di un’azione: trepidante attende le loro mosse, chiedendosi cosa colpiranno questa volta con le loro pallottole e quanto sangue schizzerà. Esilarante il primo ingresso in scena della Tigre, che si trova a sparare ad un uomo rivelatoglisi attraverso il riflesso in uno specchio. La sua pallottola, prima di arrivare alla testa del malcapitato, compie un percorso improbabile mostrato al ralenti in tutto il suo bizzarro tragitto.Tutto è sopra le righe, tutto è quel che vediamo e nello stesso tempo non lo è.

Ad una visione superficiale si potrebbe pensare che il film sia solo brutto, mal recitato, con stacchi di montaggio al limite dell’accettabile, ma a ben guardare ci rendiamo conto che Wisit Sartsanatieng sta giocando con i codici del linguaggio cinematografico esasperandoli e infondendo un’ironia sottile nella sua grossolanità. C’è poi quel gusto tutto orientale per le questioni d’onore, per i personaggi tutti d’un pezzo, per gli eroi che quando si macchiano di qualche crimine è stato solo per una giusta vendetta. Quel qualcosa insomma che in questi ultimi cinque, sei anni abbiamo riscoperto e che ci piace tanto.