FANTASMI A OCCIDENTE II / EXTRA
Ubriaco d'Amore
di Marco Ravicchio
Ad una prima visione sarebbe difficile far collimare il regista di questo film con l’autore che nel 1997 esordì con Boogie Nights e tre anni più tardi si impose con Magnolia. Eppure Paul Thomas Anderson è stato in grado, dopo aver diviso la critica con un lavoro ambiguo e controverso, di abbandonare lo stile che lo ha reso famoso per andare ad abbracciare nuove poetiche, per mitigare i suoi eccessi.

Ubriaco d’amore sembra infatti una risposta secca e consapevole ai suoi maggiori detrattori che lo accusavano di perpetrare un cinema debordante e barocco. Ma ad una attenta lettura ci si può presto rendere conto che il terzo lungometraggio non è un passo indietro rispetto allo stilema proposto nei primi due ma, bensì, la continuazione coerente di un processo evolutivo che, senza dubbio, non è ancora terminato.

Anderson paga il suo tributo al cinema americano classico e, al tempo stesso, ne prende le distanze, mettendo in scena - provocatoriamente - la parabola del figliol prodigo in versione hard e constatandone indirettamente la corruzione attraverso la decadente ascesa/discesa del protagonista Dirk Toro scatenato Diggler [Boogie Nights].

Allo stesso modo con Magnolia dichiara il suo amore per il cinema indipendente parodiando le macrocostruzioni altmaniane per offrire un affresco esasperato ed esasperante della sua personalissima america oggi.
Risulta pertanto logico il passo in avanti compiuto con questa surreale commedia che s’iscrive pienamente per contenuti, svolgimento narrativo e soluzioni espressive nel magmatico e confusionario panorama del cinema contaminato made in USA.

Se da una parte Anderson mette in discussione il genere stesso impiantando nella struttura classica della romantic comedy alterazioni personalissime dei fattori basici che la costituiscono, dall’altra abbandona la ricerca di un linguaggio spettacolare per narrare la storia di un piccolo rivenditore di accessori per servizi igienici alle prese con la sua prima, vera, unica storia d’amore. Fin dall’inizio è evidente la volontà di entrare nell’intimità di Barry Egan [uno strepitoso e inusuale Adam Sandler], di pedinarlo nella sua drammatica evoluzione, di accompagnarlo nello sconvolgimento emozionale causato dall’incontro con Lena Leonard [Emily Watson], che frantuma la solipsistica monotonia della sua vita. E con lui, lo spettatore è proiettato in quel microcosmo schizofrenico e angoscioso, illogico e deforme costituito da sorelle oppressive, gesti inconsulti e violenti, pericolose frequentazioni di linee erotiche, monocromatici completi blu elettrico.

Dopo il silenzio iniziale della prima lunga inquadratura che vede Barry, nel buio della sua ditta, alle prese con il call center di una fabbrica di budini, il fragoroso sferragliare della saracinesca e la tenue luce dell’alba che invade quello spazio oscuro segnano l’inizio della giornata che cambierà per sempre la vita del protagonista. Suoni violenti e colori pastello s’intrecciano pertanto, da subito, costituendo il leit motiv di tutto il film. Non poche sono infatti le policrome intrusioni che addirittura interrompono la narrazione, così come le esasperate incursioni sonore generate dalle dissonanze tra musica e rumori diegetici, abilmente anticipate dall’irreale incidente stradale e dalla successiva comparsa di un armonium.

Questo e non solo questo è il favoloso mondo di Barry che Anderson tratteggia in modo sapiente dando vita ad un film imperdibile che si aggiudicò il premio per la regia alla 55 edizione del Festival di Cannes.