FANTASMI A OCCIDENTE II / EXTRA
Santa Sangre
di Fulvio Montano
A sedici anni di distanza da La montagna sacra [1973],
Alejandro Jodorowsky torna sul set con un horror intellettuale
che offre allo spettatore una personalissima e curiosa rilettura
di un genere che nel decennio precedente aveva conosciuto uno
dei suoi momenti di massimo splendore, grazie anche alle numerose
produzioni italiane.
Ispirato da capolavori dell’espressionismo tedesco quali
Il gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene o il Nosferatu
di Murnau, l’horror diviene genere di primo piano solo
negli anni Trenta, quando, grazie all’avvento del sonoro
e alla sconcertante visionarietà di autori quali Tod
Browning e James Whale, inquietanti personaggi della tradizione
letteraria prendono vita sullo schermo e terrorizzano gli spettatori
nel buio della sala cinematografica.
Le prime produzioni targate Universal, cui nel decennio successivo
seguiranno quello del reparto B della RKO, sono Dracula [1931]
e Freaks [1932] di Browning, Frankenstein [1935] e L’uomo
invisibile [1933] di Whale oltre al memorabile La mummia [1932]
di Karl Freund; film che fanno di Dracula/Bela Lugosi e Boris
Karloff/La mummia delle vere e proprie star.
La morte, il sangue, il malsano indugiare sul deforme o, meglio,
su ciò che disgusta e terrorizza divengono così
gli imprescindibili ingredienti di ogni pellicola horror che
si rispetti, cui solo successivamente si aggiungeranno quelli
che faranno la fortuna del genere [gli alieni, le mostruose
mutazioni provocate dalle radiazioni nucleari, la maggiore caratterizzazione
psicologica dei personaggi, il sesso…] soprattutto presso
i giovanissimi spettatori che si riverseranno in cinema e drive-in
di periferia a partire dagli anni Cinquanta. Elementi e codici
espressivi [l’uso di soggettive per catturare l’empatia
dello spettatore, l’abuso di primi piani…] tutti
presenti nel film di Jodorowsky, che in più occasioni
mostra di voler proporre un sincero ed accorato omaggio alle
storia ed ai maestri del genere.
Omaggio esplicito fin dall’inizio con la scritta: <Le
vicende e i personaggi di questo film sono ispirati a un drammatico
fatto di cronaca realmente accaduto a Città del Messico>,
che rimanda direttamente a I figli della violenza [1950] di
Luis Buñuel ed al suo prologo pressoché identico,
che anticipa altre suggestioni nella scena successiva, in cui
i dottori danno da magiare a Fenix appollaiato sul tronco spoglio
nella sua cella, il cui tono rievoca il Simon del deserto [1965]
dello stesso Buñuel.
Nel proseguo del film spiccano la gustosa e truculenta parodia
della scena nella doccia di Psycho [1960], mostrata attraverso
una tenda semitrasparente, in cui il protagonista, istigato
dalla madre, pugnala a morte la Donna Tatuata, oltre alla splendida
mise en abîme in cui Fenix, mentre alla televisione scorre
il film di Browning, reinterpreta la sequenza de L’uomo
invisibile alle prese con un antidoto che lo riporti alla normalità.
Una miscela, insomma, di citazioni e delirio allucinato[rio]
con sullo sfondo il mondo del circo [che Jodorowsky frequentò
sin da bambino] e un agglomerato urbano dalle dimensioni incalcolabili,
covo di ogni umana bassezza e anticamera dell’inferno.
È in questo ambiente misero e cupo che i sogni si confondono
con la religione [la cerimonia funebre del Dio elefante, il
culto blasfemo della vergine senza braccia], i simboli [l’aquila
yankee, la compagna/Pierrot di Fenix] e, naturalmente, la fantasia
che non sopravvive all’infanzia.
In Santa Sangre c’è poco spazio per la malinconia,
confinata in anfratti di spiazzante e inattesa poesia, come
nella scena dei due ritardati che amoreggiano nel giardino dell’ospedale
psichiatrico, colti per un istante dalla soggettiva del protagonista
che tenta di tornare alla vita.
Paradossalmente è pero in questi stessi recessi del mostrare
che lo spettatore coglie l’epifania di uno sguardo possibile
ma fino ad allora inimmaginabile, pieno di pathos e d’amore
per la vita.