FANTASMI A OCCIDENTE II / EXTRA
Gangster n° 1
di Antonio Santangelo
Gangster n°1 si può leggere su tre livelli.
In superficie, come l’ibridazione dei linguaggi del cinema
di genere gangster hollywoodiano ed anglosassone. La voce over
di burgessiana memoria e le inquadrature da ultra violenza kubrickiana
sono motivo di grande godimento cinefilo. La figura del giovane
rozzo e violento, che viene dai bassifondi col desiderio di
acquisire l’identità raffinata degli uomini di
potere, accomuna l’eroe di McGuigan al primo gangster
della storia del cinema americano, il Rico di Piccolo Cesare
[1931] di Mervin LeRoy.
Ad un secondo livello è la declinazione del linguaggio
senza tempo del gangster movie in un discorso di grande attualità.
Il concetto di genere narrativo e le sue modalità di
propagazione, infatti, ricordano da vicino i meccanismi del
mito, un tipo di racconto che si trasmette sempre uguale a se
stesso, nascondendo nella sua struttura profonda le regole di
lettura della realtà della società che lo tramanda.
Se quest’ultima non cambia, la forma delle sue storie
rimane immutata. Ma ogni piccola trasformazione dell’ordine
sociale si riverbera nella struttura dei miti che, proprio come
un genere cinematografico, sembrano narrare sempre lo stesso
racconto, dando però ai propri stereotipi significati
sempre nuovi.
Il gangster movie si codifica oggi come il genere ideale per
condurre un tipo di discorso straniante, classico del pensiero
mitico: come sarebbe il nostro mondo se il male potesse prosperare
senza essere represso? In questo modo è possibile portare
alle estreme conseguenze i principi cardine del vivere civile.
L’eroe di McGuigan, come ogni gangster prima di lui, desidera
eccellere per ottenere il massimo dalla vita. Ma per essere
il numero uno, non si devono avere scrupoli. Il premio è
il denaro, il prezzo la solitudine. Lo spettatore osserva la
parabola dell’uomo qualunque che con chiarezza d’intenti
dà la scalata al suo contesto sociale per collocarsi
al vertice del nostro mondo.
Ad un tratto si chiede: è tutto qui? La risposta la trova
nell’opposizione tra il Gangster 55 e Freddie Mays, che
rinuncia al potere in nome dell’amore.
Questa struttura narrativa è molto simile a quella di
altri gangster movies degli ultimi anni. In Gangster n°1,
come in Heat di Michael Mann e in Road to Perdition di Sam Mendes,
la regola narrativa del genere diventa segno o metafora della
regola su cui si fonda il funzionamento della società.
Essere un gangster perfetto significa, per assurdo, essere un
cittadino modello del nostro mondo. Non riuscire ad incarnare
il professionista numero uno e nel contempo un amante o un padre,
vuol dire che in queste storie si parla di strutture sociali
che non funzionano.
Ma la metafora del ricorso al genere come strumento narrativo
concluso, trasformato in segno che significa per opposizioni
e differenze con altri segni, colloca il film di McGuigan su
un terzo livello di discorso: il cinema che parla di sé.
Quando Freddy Mays esce di prigione e va a trovare il Gangster
55 in quella che un tempo era la sua reggia, lo trova solo con
un telecomando in mano, mentre guarda la televisione. In questo
momento egli è il rappresentate perfetto del cinema di
genere, il numero uno, quello che ha incarnato fino in fondo
le regole di vita del gangster. È il gangster movie e
il suo destino è finire in televisione, come oggetto
estetico talmente stereotipato e riconoscibile da permettere
agli esperti di marketing di selezionare con precisione il suo
pubblico. Freddy Mays invece è il cinema di genere che
si apre all’alterità e rinnova il suo
linguaggio.
Non a caso rinuncia al potere per amore di una donna che cerca
di cambiare l’arredamento di casa sua e lo ispira a laurearsi
in storia dell’arte. Nel confronto finale, i due modi
d’intendere il genere si criticano. Freddy Mays dice ironicamente
che il Gangster 55 non ha apportato nessun cambiamento alla
sua vecchia casa. In tutta risposta viene accusato di non aver
saputo incarnare fino in fondo il suo personaggio. Il finale
è ironico, tristemente postmoderno, apparentemente senza
speranza: il gangster movie puro muore suicida per aver tentato
di raggiungere la mostruosa perfezione. <Sono Superman, sono
King Kong>, urla il protagonista prima di uccidersi. Ma il
film ibrido che devia dalle regole del gioco viene sbeffeggiato
con la sequenza macchiettistica di Freddy Mays che scappa dalla
prigione del genere puro ed abbraccia la moglie, il film d’amore,
come in una sorta di B-movie, per giunta inquadrato dall’alto,
da molto lontano, dall’inutile perfezione ormai raggiunta
dai film sui gangster.