FANTASMI A OCCIDENTE II / EXTRA
Dust
di Giampiero Frasca
Possono bastare due cappelli da cowboy, alcuni cavalli,
una colt e diverse selvagge sparatorie per dare vita ad un film
western? E partendo dal presupposto che nel western il sostantivo
che lo contraddistingue si origina da un aggettivo indicante
il luogo di ambientazione del racconto, può una vicenda
spostarsi quasi antiteticamente lungo opposte coordinate spaziali
non appartenenti allo scenario di nascita e fondazione del genere
e chiamarsi ancora western?
Il concetto unanimemente accettato ma assolutamente controverso
su cui si basa la categorizzazione dei generi nel periodo del
cinema classico – almeno fino alla necessaria e in qualche
modo spiazzante deriva contemporanea – pretende che al
centro del complesso sistema di tassonomie su cui si reggono
le modalità della narrazione/rappresentazione del cinema
ci sia lo spettatore e la sua perfetta riconoscibilità
degli elementi del racconto. Lo spettatore come centro nevralgico
e motivante di una narrazione condotta per principi assolutamente
identificabili, suscettibili di minime evoluzioni progressive
che possiedono l’obbligo di evitare scarti eccessivamente
bruschi nell’ambito delle certezze di colui che guarda,
immagazzina e perpetua l’immagine/agnizione che è
uno dei requisiti fondamentali dell’apparato. In base
a questo principio, ciascun [film di] genere si origina tramite
un’interazione costante tra tre elementi portanti, la
cui diversa combinazione produce le convenzioni essenziali alla
riconoscibilità del pubblico: plot [intreccio], setting
[ambientazione] e characters [personaggi] rappresentano, infatti,
le invariabili modalità di congiunzione di cui ha bisogno
una narrazione per plasmare la materia e renderla coerente con
l’assunto industriale che la produce.
Storicamente il western trova la sua celebrazione nella combinazione
costante di personaggi e ambientazione, confinando in un canto
– diversamente da generi quali la commedia, il gangster-movie
e il melodramma – l’importanza dell’intreccio,
il quale non si dimostra così caratterizzante nella formulazione
convenzionale del genere, nono-
stante sia ravvisabile una precisa liturgia di restaurazione
dei valori sociali minacciati, funzionale alla perpetuazione
dell’ideologia dominante.
I cappelli modello Stetson, i cavalli, la colt e i conflitti
a fuoco sono indubbiamente un segno di riconoscibilità
forte per lo spettatore, ma Dust ingloba nella sua narrazione
un altro elemento sostanziante che supera di gran lunga il periodo
classico del cinema [e dei generi] e si posiziona in quell’alveo
di venerata maraviglia postmoderna, spesso approdo sicuro di
numerose insicurezze autoriali. La metanarratività di
cui si ammanta Dust, in effetti, è un preciso modello
narrativo-iconografico figlio della deriva contemporanea [di
una contemporaneità che si deve necessariamente allargare
almeno alla metà degli anni Sessanta], che si lega a
criteri di senso e di rappresentazione altri rispetto al sistema
dei generi, investendo la riflessione sullo statuto e sui suoi
stessi meccanismi di produzione/ricezione. Anche i due cappelli,
la colt, i ronzini e le cruente sparatorie di Dust assumono
di conseguenza un senso differente e si posizionano allo stesso
livello del grande pot-pourri organizzato da Manchevski, in
cui si affiancano uno accanto all’altro, senza alcuna
gerarchia di valori, la sporcizia dei piani ravvicinati di Leone,
l’ostentazione sospensiva della fine di Peckinpah, il
grottesco surrealismo del western alla Jodorowsky, la potenza
esplosiva del cinema di Hong Kong, le suggestioni della modernità
inserite nel tessuto ottocentesco di George Roy Hill, l’omaggio
a Hugo Pratt e l’assunzione a nume tutelare di Sigmund
Freud privo di Travelgum©, l’invocazione biblica
di Caino e Abele e il loro corrispettivo fatto di speroni e
polvere da sparo in Winchester ’73 e Cavalca, vaquero!,
l’esibizione sfoggiata dell’intreccio di predestinazione
[fotografico] barthesiano, la modalità di assunzione
del racconto di Pomodori verdi fritti e la frammentazione su
più livelli del Calvino di Se una notte d’inverno
un viaggiatore.
Uff!!! [Tergersi l’inevitabile sudore]. Poco importa se
all’interno di Dust non ci sia l’allegorizzazione/signi-
ficazione del paesaggio o una riflessione necessaria sul tempo
dilatato e nostalgico dell’azione condotta con cappelli,
alcuni cavalli e una sola colt: per il western rivolgersi da
un’altra parte. Magari ad Ovest della Macedonia.