FANTASMI A OCCIDENTE / EXTRA
L'uomo dai sette capestri
di Domiziano Pontone
Per parlare de L'uomo dai sette capestri (1972) è necessario partire da The Life and Times of Judge Roy Bean (ovvero il titolo originale). Il regista, John Huston, tratteggia un film che è una biografia – in questo senso è centrale la parola "life" – e al contempo un omaggio a un periodo storico preciso (fine ottocento inizio novecento) – in tal caso il termine chiave è "times".
Per riuscire nell'intento chiama a lavorare John Milius, sceneggiatore sulla cresta dell'onda grazie alla collaborazione con Sydney Pollack per Corvo rosso non avrai il mio scalpo e vero co-artefice della pellicola. Lo stesso Milius racconterà in seguito del rapporto inizialmente difficile con Huston, costantemente tra il bonariamente minaccioso e il vessatorio.
La pellicola finge di incanalarsi nel classico schema biografico-narrativo di tanti film del passato per poi, complice l'ironia sorniona di Huston assecondata dallo script frizzante di Milius, sgusciare via dallo stereotipo appena la vicenda ne offre l'opportunità. Così, il rigoroso e mistico contatto con la frontiera diventa occasione di bizzarrie e, al contempo, caleidoscopico andirivieni di personaggi balzani.
L'uomo dai sette capestri è un film picaresco, nel quale le vicende, talora in antitesi col concetto stesso di picaresco si svolgono di fatto tutte in un contesto ridottissimo: la baracca del giudice Bean.
In un periodo percorso da una vena di revisionismo western (si pensi anche solo a Piccolo grande uomo, Soldato blu e Il mucchio selvaggio) Huston smorza i toni dei suoi colleghi più radicali – Penn, Nelson e Peckinpah – e ricama un lungometraggio pioneristico, ancorato alla natura selvaggia ma ciononostante claustrofobico.
L'azione raramente viene rilanciata da avvenimenti, ma si fonda quasi esclusivamente sull'epifania rutilante di soggetti in parata, tutti rigorosamente sui generis e gustosi tra i quali spiccano Anthony Perkins e lo stesso John Huston (nel ruolo di Grizzly Adams).
Il ruolo principale viene affidato a Paul Newman, il quale, dal canto suo, garantisce spessore al protagonista ma forse non è abbastanza incisivo e "dirty". Non a caso John Milius avrebbe scelto Warren Oates (che poi sarà protagonista, un anno dopo, del suo debutto nel lungometraggio con Dillinger).
Il giudice Roy Bean aveva già calcato le scene, attraverso l'interpretazione da Oscar di Walter Brennan, con L'uomo del West di Wyler. Huston recupera il sarcasmo velato del suddetto film e lo aggiorna, infarcendo la pellicola di quel senso del mito così vicino al Ford classico. La leggenda, anche quando raccontata col sorriso sulle labbra, supera la realtà.
In questo modo Bean e tutte le sue azioni - per la maggior parte esecrande - assurge a contromodello sardonico dell'eroe istituzionale e obbliga lo spettatore a identificarsi con un soggetto che solitamente sarebbe condannato all'antipatia.
L'uomo dai sette capestri non può dirsi un film completamente risolto (c'è la necessità di storicizzare e insieme quella di intrattenere strizzando l'occhio), ma l'arguzia dei dialoghi, il costante senso del grottesco e la fiammeggiante immoralità del contesto lo rendono assai godibile e sicuramente originale. Per capirlo meglio è comunque necessario raffrontarlo con altre pellicole di Huston, ugualmente battezzate dalla stessa aria canzonatoria (vedansi Il tesoro dell'Africa, L'uomo che volle farsi re e L'onore dei Prizzi).