FANTASMI A OCCIDENTE / EXTRA
La Montagna Sacra
di Fulvio Montano
Terzo lungometraggio del cileno Alexandro Jodorowsky, The Holy Mountain è una sorta di meditazione onirica e surrealista sull'archetipo del viaggio che conduce alla verità. Riedizione contestatrice del percorso d'iniziazione spirituale comune ad ogni cultura, il film mastica prima - e rigurgita dopo - temi esoterici e cabalistici mutuati tanto dallo gnosticismo quanto dai tarocchi, dalla tradizione ebraica e dal patrimonio mitologico dei nativi americani. In questa rivisitazione moderna della via Crucis, Jodorowsky rende ogni risvolto della narrazione aderente a quel sincretismo un po' blasfemo che è il Cristianesimo latinoamericano, riscrivendo in chiave lisergica le tappe che conducono dalla perdizione alla sommità del Calvarium dove verrà rivelata l'illusione della vita terrena.
In un paesaggio desolato un Cristo/Ladrone si desta privo dell'uso del linguaggio. Il suo primo compagno di viaggio è un freak che gli offre un joint, conquistandosi in questo modo la sua simpatia.
Superato il primo impatto con il turbinio caotico della grande città, il ladro vive un'allucinante esperienza con la Chiesa che - ottenuto il suo calco di gesso in posa da Cristo in croce - ne riproduce infiniti esemplari con cui invadere il mercato. Tornato libero, incontra puttane bambine, militari che sparano sui civili ed altre figure dedite alla perdizione finché, issatosi sulla torre più alta della città, entra nel laboratorio dell'alchimista, il quale, dopo averlo purificato, lo presenta all'assemblea di potenti che ha riunito lì per il suo progetto: raggiungere la Montagna Sacra e ottenere così l'immortalità. Ognuno dei sette potenti è associato ad un pianeta e domina il mondo lucrando sui sette peccati capitali, ma è disposto a sacrificare ogni suo avere per innalzarsi al di sopra della morte.
Guidati dall'alchimista raggiungono finalmente la cima, ma scoprono che è l'alchimista stesso il custode del segreto della vita eterna: "Questa vita è realtà? No, è un film."
Estremo e radicale, ben sorretto da una non comune ricerca mitologica ed esoterica, La Montagna Sacra è un'orgia di visioni e simboli, tutta tesa alla critica irridente della moderna società dei consumi, costruita sui sogni e le illusioni dell'uomo comune.
Vera e propria messa in scena di fantasie e deliri, il film è puntellato in ogni frangente da un'ironia a metà strada tra il surrealismo disincantato di Buñuel ed il circense nonsense di Federico Fellini.
Figlio e insieme manifesto della controcultura anni sessanta/settanta, sorprende lo spettatore nella cura degli infiniti particolari che in più sequenze saturano l'inquadratura. Il risveglio del protagonista nel deposito di Cristi in gommapiuma, il sanguinolento assalto dei rospi-conquistatori alla città delle iguane-Inca e l'interminabile sequenza nel laboratorio dell'alchimista, solo per citarne alcune, creano un assurdo contrasto con l'apparente sgangheratezza di una narrazione che non perde mai il filo della sua semplicità.
Jodorowsky sa dove fermarsi, ha sempre chiaro il limite dell'eterogeneità della sua opera che, dopo il pauperismo esistenziale del precedente El Topo (id., 1971), sarà sempre più spettacolare ed estrema, tanto da arrivare a mettere in scena senza pudori il Sangue Santo (Santa Sangre, 1989); una cifra stilistica riscontrabile nella sua attività di fumettista e in quella nota collaborazione con Moebius rappresentata dalla saga di John Difool in cerca dell'Incal.
Quello che non sembra mai venir meno è il ferreo controllo, che l'autore ha sull'opera, estremità viva e pulsante del suo essere, quasi indistinguibile dalla realtà percepita dai sensi. Una realtà incontrollabile e il più delle volte ingestibile, certamente più insostenibile di qualsiasi viaggio (artistico, metafisico, allucinogeno) e di qualsiasi sogno.