FANTASMI A OCCIDENTE / EXTRA
Detour
di Giampiero Frasca
Destini che si incrociano secondo le ampie dinamiche del caso. Destini che si intrecciano fino ad una stretta tanto soffocante quanto fortuita. Destini che si annullano in una dimensione impalpabile ed alienante. Distanze coast to coast che si fanno paradossalmente maggiori al diminuire dei chilometri. Eventi inspiegabili che provocano reazioni incomprensibili da parte dei personaggi. Strade che si dimostrano claustrofobiche illusioni di una salvezza progressivamente sempre meno possibile. Luoghi che perdono le loro connotazioni per smarrirsi nell'indistinguibilità di un percorso all'interno di se stessi e dei propri timori esistenziali. Una discreta metafora autoriale per un regista approdato ad Hollywood con elevate aspirazioni, presto mortificate in un esilio nel limbo produttivo dei B movies. E su tutto, quasi a presiedere la globalità della visione assisa su un piedistallo incrollabile, un senso di crescente e dilagante paranoia annichilente, nemmeno parzialmente mitigata da un'ambientazione che utilizza le ampie highways americane con lo scopo di opprimere lo spettatore fornendogli una falsa ambizione alla possibilità di una soluzione positiva.
La strada diventa un vicolo cieco in questo atipico noir di Edgar G. Ulmer, una pista di salvezza che si dimostra progressivamente falsa e beffarda, schiacciante e annientante. Abbandonati gli angusti spazi metropolitani, i locali fumosi e le strade umidamente opache intorno al bar in cui Al Roberts, il protagonista cui il destino ha deciso di giocare un brutto tiro, suona apaticamente il suo pianoforte, Ulmer si sposta negli spazi aperti che hanno caratterizzato la cultura americana fin dalla fondazione stessa della nazione.
Ma lo spazio di Ulmer è chiuso in se stesso già per definizione: gli scenari sono sempre identici uno all'altro, facendo risultare inesistente un effettivo avanzamento chilometrico, mentre alle spalle dei personaggi si palesa apertamente la grana grossa e incerta della back projection che rende ancora più evidente l'impossibilità di un affrancamento dalle situazioni irrazionali venutesi a creare.
Ulmer giostra sulle ossessioni attraverso reiterazioni e rime interne alla pellicola: una testa poggiata sul sedile in modo identico da due diversi personaggi, un motivo musicale che ritorna in modo insistente nella mente di Roberts, il paesaggio che non muta sono i segni distintivi di un'impossibilità di avanzamento, di una ferale coazione a ripetere che conduce non a Hollywood dalla donna amata, ma in un non-luogo che azzera vitalità ed identità, una sorta di livello parallelo in cui predominano l'indeterminatezza, lo scoramento, la disillusione mortale, la dannazione dell'indistinto. E lo spettatore viene accompagnato costantemente in questo tragitto verso il nulla assoluto dalla voce narrante di Roberts, il quale, attraverso un procedimento caro al genere, illustra in prima persona il crescendo spaventoso di tensione che lo porterà a soccombere senza speranza. Il tragitto tra New York e Hollywood diventa quindi un segmento che capovolge le attese di partenza: la città in cui si fabbricano sogni confeziona ad Al Roberts un incubo metafisico in cui le deviazioni (i detours, appunto) diventano l'immagine allegorica degli impedimenti che il fato colloca sul cammino esistenziale di ogni singolo individuo.
"Nella vita qualunque strada un uomo decida di percorrere, se il destino gli è contrario lo aspetta al varco e gli fa cambiare direzione", dice ad un certo punto Roberts pieno di mortifera consapevolezza: Ulmer non propone vie d'uscita, ma solo un numero imprecisato di dolorosi vicoli ciechi.