Michel Gondry
L’arte del sogno
di Roberto Castrogiovanni
Prima di tutto il titolo Scienza del sogno e non Arte del sogno. La scienza, la (pseudo)scienza, la (fanta)scienza, sono temi ricorrenti del regista di Versailles. Il suo esordio al lungometraggio, Human Nature, era un divertissement parodico sulla teoria evoluzionistica. Il successivo Se mi lasci ti cancello si concentrava sul processo mnemonico, immaginando che nella fantomatica clinica Lacuna si potesse far tabula rasa dei ricordi legati alle delusioni sentimentali. Più in generale, tutto il movimento degli artisti indie americani provenienti dal videoclip sembra essere interessato a sondare le misteriose potenzialità del cervello umano ("la cosa più complessa dell'universo, e sta proprio dietro al naso", come lo definisce il protagonista di questo film). Lo stesso Charlie Kaufman, sceneggiatore dei primi due lungometraggi di Gondry, ha intrapreso più volte viaggi allucinanti nei meandri del pensiero, da Essere John Malkovich a Confessioni di una mente pericolosa.
Il regista, orfano di Kaufman e per la prima volta autore della sceneggiatura, non rinuncia neanche stavolta alla rappresentazione in chiave artistica delle facoltà celebrali. La scienza del sogno è un mind game popolato di sconclusionate teorie oniriche (il controllo della fase REM tramite il movimento degli occhi), di invenzioni assurde e fanciullesche (la macchina per viaggiare un secondo indietro nel tempo), di concetti fondati sulla fantasmagoria e sul paradosso (la "casualità sincronizzata parallela"). Viene quasi da pensare ai lambiccati macchinari dadaisti: forse qui c'è meno furia iconoclasta, ma la volontà di messa a soqquadro della logica razionale è la medesima. Oppure ai tentativi surrealisti di afferrare l'inconscio e farne un'opera d'arte.
Tutti i film sono sempre materiali eterei, impalpabili. Ma quelli di Gondry sono ancora più liquidi, fluttuanti, perché costruiti sulle scivolose virtualità del ricordo e del sogno. Senza Kaufman a fare da ancora intellettuale, la storia si attorciglia su se stessa come un gomitolo di lana, i personaggi girano in tondo, persi nelle proprie elucubrazioni, l'universo pare sospeso in uno stato di lunare torpore. Stéphane e Stéphanie sono i degni eredi di Joel e Clementine di The Eternal Sunshine of the Spotless Mind, sempre più emotivamente confusi, impossibilitati a conoscere se stessi e l'altro, incapaci di distinguere tra realtà e finzione. La dimensione melanconica prende il sopravvento: chi ci dice che tutto il film non sia un unico, solipsistico, viaggio onirico, una rappresentazione della mente di Stéphane, mandata in onda dal suo personalissimo studio televisivo di cartone? Siamo una barchetta che nuota disperata nell'oceano alla ricerca della foresta che può essere solo dentro di noi?
È l'arte a salvare Stéphane, a permettergli un contatto con l'esterno, a consentirgli di uscire indenne dal buco nero della vita ordinaria. E tutti i suoi trucchi, così affascinanti proprio perché naïf, artigianali e antitecnologici, sono delle coperte rassicuranti per proteggersi dalla freddezza del mondo circostante.
Gondry è stato definito da alcuni il nuovo Lynch, da altri il nuovo Gilliam. Ma gli incubi perturbanti, il pessimismo nichilista e le implicazioni sottilmente politiche di questi registi paiono distanti dall'autore francese, non a caso più vicino a uno spirito europeo, fantasioso e introspettivo, che lo rende accostabile a un Truffaut o a un Fellini. Ecco, La scienza del sogno è un po' l'8 e mezzo di Michel Gondry.
L’ARTE DEL SOGNO
(Francia, 2006)
Regia
Michel Gondry
Sceneggiatura
Michel Gondry
Montaggio
Juliette Welfing
Fotografia
Jean-Luis Bompoint
Musica
Jean-Michel Bernard
Durata
105 min