Florian Henckel-Donnersmarck
Le vite degli altri
di Dario Zullo
Opera prima del regista tedesco Florian Henckel von Donnesmarck, Oscar come miglior film straniero, Le Vite Degli Altri rivela il suo enorme debito verso il cinema americano "settantesco", da Pakula a Pollack ( che difatti ha già acquisito i diritti per un remake), fino e soprattutto al Coppola di La Conversazione. Questo film infatti innesta sul corpo pesante e pensante del cinema europeo d'autore la lezione di una certa New Hollywood, quella degli autori citati ad esempio. Un cinema di spie e spiati, di carnefici e vittime inerti, in cui la tecnologia, l'apparato sempre più efficace che il potere usa per entrare nelle "vite degli altri" ricopre un ruolo importantissimo: è insieme strumento di controllo e figura della paranoia da parte del protagonista principe di quel cinema, l'anti-eroe che per caso o necessità si trova invischiato nelle maglie sempre più strette del potere, tra intrighi e cospirazioni di cui a fatica si riconosce il reale mandante. E allora la liberazione dovrà essere quella di trovare prima ed agire poi nella crepe del meccanismo,laddove sarà possibile inceppare il meccanismo, introddure l'elemento umano. Alla ricerca di uno spazio per una riaffermazione del sè che spesso è una nuova morale, certamente un atto politico, quasi sempre un modo per salvare la pelle.
Il protagonista del film tedesco, l'agente della Stasi Gerd Wiesler, magnificamente interpretato da Ullrich Muhe, si discosta lievemente da questo modello, egli è infatti colui che spia, colui che agisce la tecnologia e serve l'apparato, sul modello del Gene Hackman nell'opera di Coppola. Ma quest'uomo troppo comune, quest'uomo la cui vita coincide con l'osservare esistenze altrui (spettatore dall'inizio alla fine, come suggerisce la sequenza del teatro) disegna nel film un tracciato che aderisce al modello di rifermento ideale che qui si è tentati di richiamare: come gli eroi della New Hollywood, ma dalla parte opposta della barricata, egli indaga a fondo le implicazioni e le ipocrisie del potere, con un gesto di ribellione finale che quasi in sottotono diventa possibilità di una vita nuova, "più umana". Il grigio burocrate, il fedele e sincero servitore del socialismo reale, riconosce l'ipocrisia di ministri e funzionari,e a furia di ascoltare e spiare comincia a sentire una mancanza lacerante di calore, un vuoto che diviene infine senso di protezione per i due artisti, scandalosamente "borghesi e filo-occidentali".
La messa in scena - a parte la dinamica tra lo spiare e l'essere spiati, guardati ma soprattutto ascoltati anche nei più intimi sospiri - è tutta giocata su questa dicotomia caldo-freddo. Il caldo della casa dello scrittore Dreyman e dell'attrice Christa Maria Sieland, coi suoi spazi accoglienti, il pianoforte che suona Beethoven, scrivanie e divani zeppi di libri proibiti, teatro di feste e amplessi appassionati, di crisi e riappacificazioni (e anche di "cospirazioni"). Mentre il freddo, la componente disumanizzante e funzionalista di spazi e ambienti, si ritrova nei luoghi abitati dallo "spione" Wiesler e dai trisi burocrati della Stasi: lo stanzino degli interrogatori, l'aula dove egli all'inizio del film tiene una lezione a suo modo illuminante, la mensa e i corridoi del ministero. E infine l'abitazione stessa del capitano, che richiama in tutto e per tutto l'archiettura d'interni degli spazi sopra menzionati, tanto che è difficile distinguere tra ambiente di lavoro e ambiente in cui si vive. Una omogeneità - si veda ad esempio la cucina di Wiesler, praticamente uguale ad una mensa - che diviene anch'essa figura della pervasività del totalitarismo. Laddove appunto il potere non solo spia e controlla gli oppositori o presunti tali, ma condanna anche i suoi funzionari alla dedizione e al grigiore esistenziale più assoluto, senza via d'uscita alcuna (si ricordi anche a questo proposito la sequenza della prostituta, cui Wiesler letteralmente si aggrappa in cerca di un calore che però si rivela impossibile, tanto che la donna è anch'essa quasi "organica" al partito, destinata a mitigare il celibato di altri cento mille funzionari).
Wiesler alla fine riuscirà a riscattarsi, aiutato da Brecht, da Beethoven, e dalla perfetta conoscenza della Stasi. Agendo su tempi e luoghi, spezzando la catena burocratica, egli riuscirà a trafugare il corpo del reato-macchina da scrivere, scagionando Dreyman dalle accuse cospiratrici. Ma non riuscirà, purtroppo, a salvare la vita di Christa Marie, vittima dello squallore morale della DDR. Dei suoi politici melmosi, e dell'architettura che razionalizza gli spazi ma impoverisce lo spirito.
LE VITE DEGLI ALTRI
(Germania, 2006)
Regia
Florian Henckel-Donnersmarck
Sceneggiatura
Florian Henckel-Donnersmarck
Montaggio
Patricia Rommel
Fotografia
Hagen Bogdanski
Musica
Stéphane Moucha, Gabriel Yared
Durata
137 min