Christopher Nolan
The Prestige
di Alfredo Santoro
Con The Prestige il cinema di Christopher Nolan assume finalmente un contorno netto, una decisa consistenza.
Ai tempi di Memento era difficile pronosticare che tipo di futuro avrebbe avuto questo cineasta inglese con alle spalle un bizzarro film in bianco e nero (Following) e davanti a sé il rischio di essere fagocitato dalla macchina hollywoodiana perdendo ogni barlume di autonomia artistica.
Seppur lentamente invece, passando per un remake con cast all-star ma fondamentalmente sottovalutato (ovvero Insomnia) e un assai gradito ritorno alle atmosfere cupe che fanno parte del patrimonio genetico di una saga come quella di Batman (dopo la devastante parentesi sconclusionata e sopra le righe affidata a Joel Schumacher), Nolan ha raggiunto un importante punto di definizione della propria carriera: la realizzazione di un opera che sintetizza perfettamente le esigenze spettacolari di un grande film popolare con quelle spiccatamente personali, capace di gettare una luce retrospettiva anche su quelle precedenti attraverso la maturazione di forme e tematiche che gradualmente hanno preso corpo all'interno del suo cinema.
Tutta la prima parte del film, giocata su tre diversi piani temporali, o meglio, sulla messa in scena di due racconti soggettivi intersecati con un terzo che dovrebbe essere oggettivo rende finalmente chiara e definitiva la natura dei personaggi di Nolan, e di conseguenza del suo cinema: una natura deviata e divorata da brucianti ossessioni che diventano lo scopo di una vita, e che può essere rappresentata cinematograficamente solo attraverso l'inganno e la fascinazione del racconto, dei falsi indizi, delle prove falsificate alle quali lo spettatore deve credere ciecamente, e finire nella stessa voragine psichica in cui si dimenano i personaggi dall'altro lato dello schermo.
Perché i personaggi di Nolan hanno bisogno di una ragione per vivere e, in mancanza di essa, l'unico modo che hanno per andare avanti è costruirsela in proprio: mentendo costantemente a se stessi, affidandosi ostinatamente a un castello di bugie sapientemente autoalimentato. Altrimenti è la fine. È da qui che nascono la necessità del giovane Bill di seguire le persone e realizzare se stesso attraverso la loro vita, il falso indizio di cui si serve la labile memoria di Leonard Shelby per ricostruire il proprio sistema di indizi e ricominciare il proprio masochistico gioco da capo, le false prove costruite dal detective Will Dormer per convincersi di essere ancora dal lato giusto della legge e della vita e non interrompere la propria caccia al male; ed è sempre questa foga autodistruttiva la fonte che origina i diari di Borden e Angier, strumenti diabolici compilati a uso e consumo di un inganno con il quale mettere sotto scacco il proprio avversario, e attraverso i quali si consuma la vera illusione nascosta di The Prestige.
Mentre dibattiamo infatti sul senso ultimo del prestigio finale di Angier, su come sia stato turlupinato sadicamente dal duplice Borden, e su come Nolan abbia giocato con quell'ingegnere tanto presente eppure sempre eluso, quasi dimentichiamo che il vero prestigio del film è nell'aver affidato gran parte della sua narrazione alla soggettività di due diari scritti con la consapevolezza che sarebbero arrivati nelle mani dell'avversario e quindi non solo filtrati dal punto di vista dello scrivente, ma potenzialmente impregnati di abili menzogne riversate infine direttamente sullo schermo.
Scelta coerentissma con l'universo nolaniano (sarà davvero il caso di coniare questo aggettivo? Si spera di sì) che pone The Prestige su un piano d'inafferrabilità pressoché totale (non sapremo mai quanto c'è di vero e quanto c'è di falso in quei diari) in maniera del tutto disinvolta, distraendoci biecamente con quel finalone esagerato nella sua completa implausibilità, eppure affascinante quanto il resto del film.
THE PRESTIGE
(USA/Gran Bretagna, 2006)
Regia
Christopher Nolan
Sceneggiatura
Jonathan Nolan, Christopher Nolan
Montaggio
Lee Smith
Fotografia
Wally Pfister
Musica
David Julyan
Durata
133 min