Gore Verbinski
Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo
di Mario Bucci
La Compagnia delle Indie, impossessatasi del cuore di Davy Jones, grazie al quale comanda l'Olandese Volante alla testa della propria flotta, ha intenzione di egemonizzare la propria posizione su tutte le acque emerse. I pirati di tutti i mari si organizzano allora per la resistenza e viene convocata la Fratellanza per liberare il capitano Jack Sparrow, bloccato in un'altra dimensione dopo il tradimento di Elizabeth, che lo aveva condannato con tutta la Perla Nera. Liberato Jack, nel gruppo emergono diversi interessi, che portano tutti a tradire tutti. Sarà Calypso, ex compagna di Davy Jones (e dea del mare condannata dalla Fratellanza) ad aiutare i pirati a sconfiggere la flotta della Compagnia delle Indie o Elizabeth, la appena eletta regina dei pirati?
A questo punto della saga sui Pirati dei Caraibi, poco importa su come va a finire, perché in un superprodotto Disney l'importante è che in qualche modo vinca il gruppo (indovinate quale?), e che a vincere siano personaggi strambi ma dalla morale pulita (riconoscere che il tradimento è un errore e recuperare mettendo a repentaglio la propria vita, in fondo, è solo uno dei temi portanti del modello di redenzione della chiesa Disney). Peccato, perché ad un certo punto della saga (il secondo episodio) il personaggio di Jack "Depp" Sparrow stava quasi per rompere questa secolare tradizione, offrendosi in pasto alla morte con il coraggio temerario di chi sa di morir tradito. Nessuna vittoria anarchica invece per lui, bensì il consolidamento di un codice (anche i pirati ne hanno uno, e ad interpretarlo c'è Keith Richards!) che non vuole altro che ripetersi. Tirando le fila, allora, non è un buon modo per finire (anche Depp sembra stanco), ed è un po' come quando ad un tavolo da gioco quello che ha tenuto banco ad un certo punto si alza e dice "grazie a tutti" e se ne va quando ha preso quel che doveva prendere. Qualcuno ci rimane male e per capirlo, oltre la confusa trama di questo terzo episodio, bisogna guardare diversamente al lavoro appena concluso dal regista Gore Verbisnki, timoniere di questa lunga avventura caraibica.

Il primo episodio seguiva un modello classico a metà tra Zorro e un Bounty qualsiasi, con un paio di cose interessanti e divertenti ed un grande Johnny Depp, che presentava al pubblico una maschera così originale e personalizzata che non si vedeva dai tempi di Jim Carrey in The Mask. Ma già c'era qualcosa che rendeva lento il passo di quello che sarebbe poi diventato un vero elefante: la lunghezza della pellicola superava il grado di concentrazione di un adolescente e gli effetti speciali stordivano la credibilità di una storia che correva troppo liscia. Il secondo episodio, della stessa lunghezza, era didascalico già dalle prime scene, scontato anche nel credere ad un pubblico davvero stupido (eppure incassò ed incassa anche adesso), ma si salvava per l'eccezionale idea della corsa al forziere, una delle più spassose viste sul grande schermo. I primi due capitoli attingevano direttamente alla letteratura sul mare e alle avventure ad esso legate, con uno sguardo alle atmosfere cupe delle navi fantasma o alle mostruosità delle leggende marine, e tutto passava sullo schermo con l'aurea del mistero adolescenziale. Il terzo episodio, invece, raccattando tutto quello che era ormai famigliare al pubblico, procede in questo lungo viaggio ricorrendo a quello che altro non è se non uno sconclusionato passaggio di dimensioni: quando cioè uno sceneggiatore non sa più dove aggrapparsi, sfonda una parete inesistente (un giro di fotogramma in fondo, niente di più).
Quando uscì nelle sale The Ring (2001), diretto proprio da Verbinski, pensai che comunque non era girato male, anche se l'originale funzionava di più, e al termine di questa saga comandata da capitan Johnny Depp, mi viene da pensare la stessa cosa, che Gore Verbinski è davvero bravo a volte a girare e a citare, ma che se ci fosse stato un altro regista al posto suo la trilogia, forse, avrebbe funzionato un po' di più. Mescolare i generi in modo originale immagino non sia una cosa semplice, ma in un crescendo manieristico, dove mai un azzardo visivo (o visionario) si mostra al pubblico per sorprenderlo veramente, si rimane frastornati e delusi. Allargando ancora il discorso, il "vascello Verbisnki" offre però un altro spunto di riflessione: la tendenza consolidata nel cinema monopolistico di costruire saghe e creare clan identificativi di alcuni gruppi sociali/gruppi di consumo. Sembra persistere, infatti, la tendenza alla costruzione di immagini/logo capaci, con la sottigliezza dell'appartenenza ad un modello, di rendere questo stesso modello un'appendice del consumo: Matrix (occhiali, abiti, auto), Spider-Man (patatine, figurine, gomme da masticare e anche gratta e vinci), Il Signore degli Anelli e anche il gruppo di Ocean (in fondo questi vendono Martini e belle auto), rappresentano nella loro continuità (clan appunto: attori, registi, direttori della fotografia, stuntman, drivers…) un punto di riferimento nel panorama figurativo/ideologico che il cinema oggi rappresenta. Questa tendenza ha un padre: Georges Lucas, il quale, dopo il primo trittico (dove però l'obiettivo del gruppo delle stelle era l'attacco al cuore del sistema), è tornato in tempi non sospetti a riproporne un secondo perfettamente "famigliare" al pubblico. La sostanza alla lunga fa la differenza.

Tornando alla pellicola in questi giorni nelle sale (e per molto tempo ancora negli occhi e nei consumi dei più piccoli), è già campione d'incassi, mentre in Italia viene aperto l'undicesimo Disney Store. In Europa sono circa un centinaio e, considerando quindi la proporzione di pubblico che consuma prodotti Disney in Italia, Pirati dei Carabi – Ai confini del mondo dovrebbe alla lunga fare un buon incasso, anche se si ride un po' di meno e ci si annoia un po' di più, almeno fino a che Elizabeth non si ritrova regina dei pirati. Tanto per capirci, tutti i film di cui si è parlato in queste righe sono citati in qualche modo nella pellicola di Verbisnki, e Keith Richards, con tanto di chitarra, non fa che confermare un troppo lungo déjà vu. Troppo consumo procura indigestione, lo dice sempre la nonna.
PIRATI DEI CARAIBI – AI CONFINI DEL MONDO
(USA, 2007)
Regia
Gore Verbinski
Sceneggiatura
Ted Elliott, Terry Rossio
Montaggio
Stephen E. Rivkin, Craig Wood
Fotografia
Dariusz Wolski
Musica
Hans Zimmer
Durata
168 min