Barry Levinson
L’uomo dell’anno
di Francesca Druidi
L'uomo più potente del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, lo abbiamo visto alle prese con le grandi decisioni quotidiane nel serial televisivo West Wing, dove era incarnato da Martin Sheen. Sul grande schermo, poi, lo abbiamo apprezzato mentre salvava il mondo da alieni quanto mai ostili (Bill Pullman in Indipendence Day di Roland Emmerich), s'innamorava perdutamente (Michael Douglas in Presidente – Una storia d'amore di Bob Reiner), veniva manovrato come un burattino dal suo staff grazie a un auricolare (lo Joe Staton di Dennis Quaid in American Dreamz di Paul Weitz), oppure soccombeva in Death of a President. Nel film di Gabriel Range, il presidente in questione aveva pure le fattezze della vera guida del paese: nientemeno che George W. Bush, già immortalato come interprete "comico" di razza nel Fahrenheit 9/11 di Michael Moore.
Questi pochi esempi (e l'elenco non è esaustivo) confermano quanto la figura del presidente USA sia posto al centro delle macchine narrative della finzione cinematografica e seriale americana (e non solo), caricandosi, di volta in volta, di connotazioni più o meno ludiche, più o meno serie. Lo scenario politico contemporaneo è, inoltre, delimitato da soglie sempre meno nette tra intrattenimento e politica; una politica ormai suddita dell'immagine che, nel suo rapporto con la parola, diventa il registro di comunicazione dei mass media, e della televisione in particolare, in virtù della sua pervasività nella vita quotidiana delle persone. A complicare ulteriormente il quadro, ci suggerisce il regista de L'uomo dell'anno, il premio Oscar Barry Levinson, interviene il procedimento elettorale, quello che in teoria rappresenta la massima espressione della democrazia occidentale. Si discute di voto elettronico, dopo lo scandalo in Florida delle schede elettorali nelle elezioni presidenziali del 2000, che hanno messo in discussione la legittimità stessa delle elezioni, e i problemi di ordine tecnico con le varie macchine verificatisi negli ultimi anni. Viene, quindi, riconsiderata la validità di un voto che acquisisce contorni "virtuali", senza una traccia cartacea a confermare la preferenza di un cittadino verso un candidato. Ma ciò che interessa a Levinson, il quale aveva già analizzato la dialettica tra politica e televisione in Wag the Dog (Sesso e potere), è l'aspetto simbolico della votazione: quanto serve, in ultima istanza, esprimersi alle urne, se poi esiste una scollatura tanto profonda tra i cittadini - e i loro bisogni - e i politici che dovrebbero invece rappresentarli? Se oggi, come sembra, conta di più "l'illusione della legittimità" che non la legittimità stessa, e la televisione rende plausibili e credibili tutte le ipotesi di verità, è ancora utile andare a votare?
È da queste premesse che Barry Levinson scrive e dirige L'uomo dell'anno, scegliendo l'istrionico performer Robin Williams per dare forma filmica a una domanda: può un comico essere il candidato ideale per la Casa Bianca? Robin Williams è Tom Dobbs, un anchorman televisivo che conduce un programma di satira e informazione, dove non si risparmiano critiche e battute feroci ai politici e a un sistema ormai asservito alle logiche delle lobby. Stuzzicato dall'invito di uno spettatore a presentarsi alle imminenti elezioni presidenziali, Dobbs dapprima è recalcitrante, poi, subissato dalle e-mail dei suoi supporter, decide di lanciarsi nella campagna elettorale come uomo indipendente, sostenuto e affiancato dal suo manager Jack Menken (un impagabile Christopher Walken, narratore interno al racconto) e dal suo autore e ghost writer Eddie Langston (Lewis Black). E l'impossibile avviene: Dobbs vince le elezioni, sbaragliando il presidente democratico uscente Kellog (David Nichols) e il più accreditato sfidante repubblicano (David Eerry). Peccato che il voto sia stato totalmente compromesso dal nuovo sistema elettronico ideato dalla società Delacroy che, contenendo un difetto di programmazione nella lettura delle votazioni, falsifica il risultato finale. L'unica ad accorgersi del problema è la scrupolosa analista di software Eleanor Green (Laura Linney), che viene però licenziata dai dirigenti della Delacroy (i quali non ci pensano proprio a confessare la verità, prevedendo un crollo vertiginoso delle azioni della società in Borsa se fosse trapelata la notizia), drogata, pubblicamente screditata e inseguita. Ma l'integerrima donna riuscirà lo stesso ad avvertire dell'errore Dobbs, che si troverà di fronte a un bivio: iniziare ugualmente la sua avventura a Washington, oppure tornare ad occupare il suo palcoscenico televisivo?
La prima parte de L'uomo dell'anno può dirsi un risuscito show attoriale di un Robin Williams in gran forma, con battute a raffica che puntellano la costruzione di una battaglia elettorale capace di sovvertire le stantie regole del gioco nel confronto tra democratici e repubblicani, proponendo una dialettica efficace nel suo essere pungente, avulso dal politically correct e vicino alla gente. Ma poi la pellicola vira improvvisamente sui canoni del genere thriller, dove a essere protagonista è più il personaggio della sempre brava Laura Linney che non il Dobbs dell'attore premio Oscar per Will Hunting – Genio ribelle. Il discorso filmico imbocca così in maniera prepotente il sottotesto del complotto tecnologico-finanziario ordito dalla Delacroy, che però va a sovrastare quelle che erano le premesse imbastite da Levinson, tradendo di fatto le aspettative dello spettatore. Uno spettatore che, in parte disorientato dal cambiamento di registro della pellicola, attendeva, invece, la conclusione della parabola del comico Dobbs, del "giullare di corte", del "buffone" che per la prima volta occupava le stanze del potere e dirigeva il paese dalla Sala Ovale. Come si sarebbe comportato Dobbs? Avrebbe ceduto alle lusinghe del potere oppure avrebbe tenuto fede ai suoi propositi?
L'uomo dell'anno è, per questo motivo, un'occasione mancata perché quella che emerge come una commedia piacevole, indebolita negli intenti dal suo risvolto thriller, e quindi alla fine poco coraggiosa e affilata, poteva essere una lucida analisi del rapporto tra mezzi di comunicazione e politica, oltre che della ricognizione delle ambiguità, delle insidie e delle contraddizioni dei processi della democrazia occidentale, di cui tanto si parla anche fuori dalle sale cinematografiche.
L’UOMO DELL’ANNO
(USA, 2006)
Regia
Barry Levinson
Sceneggiatura
Barry Levinson
Montaggio
Blair Daily, Steven Weisberg
Fotografia
Dick Pope
Musica
Graeme Revell
Durata
115 min