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Le note aspre e dolci di Edith Piaf sono il succo e il nerbo dell'ultimo film di Olivier Dahan. Perché una pellicola sulla splendida e sregolata vita di una delle cantanti più famose di sempre non poteva che essere turbolenta, burrascosa, procedente tra alti e bassi, sempre in cerca di un baricentro che, come per la vita della Piaf, è impossibile da trovare. Così ci si affida al dato "oggettivo", indiscutibile, tangibile: quello della musica, del sonoro originale, di un'attrice che mima il canto, e che viene doppiata dalla voce originale, aspra e dolce. Unico elemento in qualche modo pacificante, onnicomprensivo, di un film che più si tenta di stringere in un certo rigore formale e contenutistico, più scivola via, tra indicibili cadute di stile e picchi di magistrale tensione emotiva.
Tutto questo e qualcosa di più è La vie en rose, che ripercorre la vita della cantante francese sin dalla prima infanzia, passata tra il girovagare del padre saltimbanco e il bordello della nonna, passando per l'affermazione e il successo artistico, per arrivare infine a descrivere gli ultimi, dolorosi, anni, segnati da una vita priva di regole e dall'amore perduto. Al centro della messa in scena domina la figura di Marion Cotillard, che presta il proprio volto (imbruttito) e la propria, eccezionale, mimica corporale alla figura mitica della Piaf, arrivando ad un livello di mimesi sorprendente, eppure mai ripiegata sulla semplice imitazione, sempre piena di una cifra recitativa intensa e personale. Dahan segue la propria attrice, la marca stretto: impostazione che racchiude tutti i pregi come anche tutti i difetti a livello di regia. La vie en rose, infatti, è per lunghi tratti un film ridondante, sporco, barocco. Gioca a rincorrersi nella costruzione di climax che inducano lo spettatore a reazioni meccaniche, enfatizza le sequenze pompando musica a tutto andare. Alle volte è anche banale (che "Non, je ne regrette rien" fosse la canzone di chiusura lo si intuisce se non dal primo, dal secondo minuto di pellicola), in altre approssimativo (la questione legata al bambino perso dalla Piaf in gioventù viene inserita e buttata nel calderone per alimentare il dramma generale e poco più). Ma racchiude anche alcuni momenti indovinati e toccanti (la scena del falso ritorno di Marcel è pennellata da un pianosequenza magistrale) che, alternati ai succitati difetti e conditi dalla straordinaria interpretazione della Cotillard, creano un effetto altalenante che coinvolge e inchioda emotivamente lo spettatore. Dahan punta tutto sull'immedesimazione, sul pathos, creando sequenze furbe ma anche toccanti, non curandosi della pulizia e del rigore della messa in scena, ma abbandonandosi a una lunga serie di virtuosismi.
La sintesi estrema della pellicola si può riscoprire negli occhi della Cotillard/Piaf, che sono intensi come pochi, e che racchiudono una sorda sofferenza e una malcelata speranza. "Sono in attesa di un avvenimento", dice con una tranquilla forza interiore. Un film complesso, contorto, che compensa le tante difficoltà con alcuni elementi fuori dal comune, che non convince appieno, ma che appassiona.
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