Zhang Yimou
La città proibita
di Umberto Ledda
Occorre ricordare che Zhang Yimou esordì nella Quinta Generazione del cinema cinese come direttore della fotografia, curando nel 1984 l'aspetto visivo di Terra Gialla, primo film di Chen Kaige (poi rivelatosi da noi con Addio, mia concubina). Risulta allora spiegabile la sua sotterranea ma costante tendenza all'estetismo puro, e fuori luogo l'accusa di chi ha visto nella trilogia wu-xia degli ultimi anni un tradimento di quel cinema sociale e realistico per cui Zhang si era distinto negli anni '90. La cappa e spada cinese, con il suo ipercinetismo ritualistico e con la sua messinscena rutilante, è un complemento spettacolare alle prelibatezze visive di un film statico e riflessivo come Lanterne rosse: in entrambi in casi, l'elemento dominante è la ricerca estetica, vera cifra stilistica del regista cinese. Arrivato grazie al successo occidentale a disporre di budget epici, può permettersi ormai livelli di tripudio ed opulenza visivi impressionanti: con le possibilità economiche, il suo formalismo è diventato delirante, il suo geometrismo implacabile, nel tentativo di creare uno schermo non malleabile, statuario, dove la narrazione è ridotta a pretesto per architettare spazi.
La città proibita è bello, ma di una bellezza grottesca (tradizionalmente cinese, barocca e sovrabbondante, a rischio di saturazione per lo spettatore occidentale): il decor, il movimento di macchina, la risonanza cromatica assumono un ruolo determinante, al punto da trasformare in scenografia gli stessi personaggi, vettori spaziali all'interno di una struttura soltanto visiva. Un formalismo così estremizzato porta all'astrazione: le scene di battaglia possiedono una staticità da tableaux vivant, senza alcuna pretesa di verosimiglianza anche solo interna al genere. Se la ritualità del wu-xia è ormai nota anche al pubblico occidentale, La città proibita va oltre ciò che siamo abituati a vedere, non tanto però in direzione dello spettacolo quanto in quella della grandezza epica dell'immagine, montata e filmata in maniera quasi cerimoniale. È un cinema malato di gigantismo e vicino al cattivo gusto, facile allo scherno proprio per la sua tendenza a strafare, a superare di continuo la soglia estrema della spettacolarizzazione. Eppure si tratta in qualche modo di cinema vitale, in quanto l'estremizzazione dell'estetismo porta ad un esito talmente barocco e impressionante da diventare solenne.
È questo il nucleo tematico attorno a cui si aggroviglia la storia della "città proibita" (intrighi alla corte imperiale della dinastia Tang, con frequenti capovolgimenti di campo e agnizioni improvvise). L'opposizione è la stessa di Lanterne rosse: la rappresentazione di un mondo imbalsamato, oppresso dalle regole e dai rituali, contrapposto alla vita. L'imperatore è la legge, è il potere e lo status quo, l'imperatrice la vita, il movimento, la sovversione. D'altronde, La città proibita non è tanto un wu-xia comunemente inteso (di cui per lunghi tratti mantiene solamente elementi formali), quanto un melodramma, genere abitualmente costruito proprio su un'istanza vitalistica in opposizione ad uno status quo opprimente (qui l'imperatrice, che cerca di abbattere un sistema immobile con le forze della sovversione, contando anche e soprattutto sull'amore).
La cosa intressante, a questo punto, è chiedersi da che parte stia Zhang, le cui ultime prove sono contraddistinte da una smaccata ambiguità politica, con sottoproclami libertari spesso associati a sbracamenti governativi (il finale di Non uno di meno). Ambiguità addirittura maggiore, se possibile, ne La città proibita. Zhang è sarcastico nell'attaccare le ipocrisie del suo mondo, nel deridere un formalismo vuoto dove l'etichetta ingabbia qualsiasi azione (l'imperatrice sa di essere avvelenata dal marito, ma continua ad eseguire la sua parte perchè altro non può essere fatto), eppure si conclude con la sconfitta dell'insurrezione, con un ambiguo trionfo della legge sull'amore. Il finale ha un andamento ineluttabile, emana la consapevolezza della predestinazione delle cose: ciò che accade accade perchè così è giusto che sia. L'ambiguità etico-politica del cinema di Zhang è risultata spesso fastidiosa agli occhi occidentali: ma è anche vero che cavare significati politici da quello che altro non è se uno spettacolare e ingombrante melodramma è improprio, soprattutto pensando ad una cinematografia, quella cinese, fortemente statalizzata e quindi ovviamente caricata di interessi propagandistici e patriottici.
L'ambiguità politica di Zhang può indisporre, ma occorre ricordarsi che lo stesso Imperatore, più che un attante intessuto di tematiche e significati, è un pretesto per mettere in scena il ralenti delirante della sua chioma fluente.
LA CITTà PROIBITA
(Hong Kong/Cina, 2006)
Regia
Zhang Yimou
Sceneggiatura
Zhang Yimou, Wu Nan, Bian Zhihong
Montaggio
Cheng Long
Fotografia
Zhao Xiaoding
Musica
Shigeru Umebayashi
Durata
114 min